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Salario minimo legale

di Luigi Mariucci

Allo stato vi sono tre disegni di legge all’attenzione della commissione lavoro del Senato. Il primo del PD, a firma Laus e aa., il secondo dei 5stelle, a firma Catalfo e aa., il terzo, annunciato dal PD come sostitutivo dei precedenti ddl, a firma Nannicini e aa.

Il primo ddl del PD, a firma Laus e ora, a quanto pare, revocato dallo stesso PD si limita a proporre un salario minimo legale nella cifra di 9 euro orari netti. Tale ipotesi è stata criticata dai sindacati e da una memoria unitaria Cgil-Cisl_Uil in quanto la fissazione di un salario minimo per legge ha l’effetto di svuotare la funzione della contrattazione collettiva e il ruolo di autorità salariale dei sindacati. Tanto più considerando che in Italia, a differenza di altri paesi europei, i contratti nazionali di lavoro hanno una copertura elevata (stimata nell’85%) e vengono disapplicati nei settori del lavoro irregolare e in nero, oppure nelle tipologie di lavoro la cui incerta qualificazione giuridica le sottrae alla applicazione della legislazione del lavoro (collaborazioni, finte partite Iva, parasubordinazione). Si aggiunga che in Italia, pure in mancanza di una attuazione dell’erga omnes di cui all’art.39 cost., si è realizzata una estensione indiretta del trattamento economico, ovvero dei minimi tabellari dei contratti nazionali di lavoro, grazie alla applicazione giurisprudenziale del principio di retribuzione proporzionale e sufficiente di cui all’art.36 cost.

Ragionando di salario minimo legale questa è infatti la questione di fondo: si tratta di un sostegno alla contrattazione collettiva, diretta a spingere verso l’alto la dinamica salariale, ovvero di un disincentivo al ruolo di autorità salariale dei sindacati finalizzato a svuotare la funzione dei contratti nazionali di lavoro e favorire l’aziendalizzazione delle relazioni sindacali? Proposte risalenti in tema, formulati da vari team di economisti, andavano esattamente in quest’ultima direzione.

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Il ritorno di Torquemada

di Giovanni Giovannelli

Quello che sia da notare nel caso della maestra Lavinia Flavia Cassaro, e di come il timore del tiranno sia la molla del suo governare.

Con decreto n. 7830/2019 (qui allegato per esteso) il Tribunale di Torino ha dichiarato legittima la destituzione della maestra elementare Lavinia Flavia Cassaro, rigettando il suo ricorso volto ad ottenere la riammissione in servizio e condannandola a versare al ministero, per rimborso delle spese legali, la complessiva somma di euro 5.106,92. La destituzione nel pubblico impiego è un provvedimento equivalente al licenziamento per giusta causa nel settore privato e comporta dunque la cessazione definitiva del rapporto di lavoro.

La vicenda è nota per via della risonanza mediatica. Il 22 febbraio 2018, a Torino, ci fu una partecipata manifestazione di protesta, contro la partecipazione di Casa Pound con una propria lista alle elezioni politiche che si dovevano tenere il mese dopo. Di fronte al corteo fu schierata una barriera di poliziotti, armati e muniti anche di idranti per bloccare la sfilata. In pieno inverno piemontese gli antifascisti furono raggiunti da getti di acqua gelida e attaccati dagli agenti, senza che nulla fino a quel momento giustificasse una simile decisione; riportano le cronache che mentre la polizia attaccava una ventina di neofascisti insultava i manifestanti dalle transenne. A questo punto Flavia Cassaro sbottò per qualche attimo, gridando con indignazione la propria rabbia per quello che stava accadendo. A seguire ci fu l’intervista volante a cura della troupe inviata sul posto dalle reti Fininvest e la dichiarazione di Matteo Renzi: va cacciata su due piedi! In piena campagna elettorale il segretario del PD utilizzava la televisione di Berlusconi e in piena armonia con la coalizione di centro destra invocava sanzioni contro i centri sociali. La diffusione del video, che immortalava la maestra e preparava il suo licenziamento, divenne quasi ossessiva.

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Verso il salario minimo garantito per legge?

di nzo Martino
Articolo pubblicato sulla rivista online "Volere la luna" in data 30/04/2019.

La lunga crisi economica e alcuni fattori strutturali – quali globalizzazione, terziarizzazione e delocalizzazione dei processi produttivi – hanno in questi anni profondamente peggiorato la condizione di larghe fasce di lavoratori e soprattutto di lavoratrici. Una buona parte degli occupati guadagna meno che in passato e vive in una situazione di estrema precarietà. Tra questi, molti, per l’inadeguatezza dei salari e/o per gli orari ridotti cui sono costretti, non traggono dalla loro attività quanto sarebbe necessario per garantire, a loro e alle famiglie, quell’esistenza libera e dignitosa che il Costituente aveva solennemente promesso nell’art. 36 dalla Carta.

Il fenomeno in Italia è imponente: il CNEL stima che il cosiddetto “lavoro povero” abbia interessato già nel 2015 oltre 3 milioni di individui e abbia posto 2,2 milioni di famiglie in condizioni di rischio povertà, nonostante che almeno un componente del nucleo risulti occupato.

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L’ambivalenza del reddito di cittadinanza che non dà nuovo lavoro.

di uigi Mariucci
Articolo pubblicato sul Blog "Striscia Rossa" in data 26/03/2019.

Delle critiche “da destra” o semplicemente strumentali al modo in cui si è infine disciplinato il cosiddetto reddito di cittadinanza voluto dai 5stelle, con l’avallo a malincuore della Lega, si può compilare un lungo elenco: dal sarcasmo su una “vita in vacanza” al rischio di truffe, di assistenzialismo, al finanziamento in deficit ecc.

Alcune di queste critiche formulate da esponenti del PD si ritorcono in altrettanti autogol. Quanto ai rischi di assistenzialismo lo stesso può dirsi per ogni intervento sulle povertà, a partire dal “reddito di inclusione”; sui comportamenti fraudolenti vale lo stesso discorso relativo ad ogni intervento di welfare (dai falsi disoccupati alle false pensioni di invalidità ecc.); sul finanziamento in deficit siamo sullo stesso piano degli 80 euro di Renzi ecc.ecc.

Una critica coerente e “di sinistra” deve partire anzitutto da un chiarimento semantico. Ciò di cui si parla non ha nulla a che fare con il “reddito di cittadinanza” propriamente inteso, il quale sulla base di complesse teoriche (spesso anche se non sempre derivate da filoni ideologici della estrema sinistra: per tutti v. Van Parijs) dovrebbe essere attribuito ad ogni cittadino in quanto tale, a prescindere dalla sua condizione economica.

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