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Ξ  COMUNICATO  Ξ


Legalità, garanzie ed umanità per salvaguardare i diritti e la dignità di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri.

I giuristi di Comma2 esprimono il loro sconcerto e la loro indignazione per le resistenze che in queste ore vengono frapposte a provvedimenti di regolarizzazione dei lavoratori migranti e per le ipotesi limitative e pasticciate che vengono avanzate anche da quanti si dichiarano ad essi favorevoli.

Le ragioni che rendono necessaria questa misura sono state sottolineate da numerosi appelli (compreso quello sottoscritto dalla nostra associazione: https://www.asgi.it/primo-piano/regolarizzazione-stranieri/) e sono comuni a molte parti sociali: garantire la prosecuzione di attività per settori produttivi e di servizi composti in gran parte da forza lavoro straniera; far emergere dalla invisibilità lavoratori che in questo momento non avrebbero nemmeno la giuridica possibilità del rientro in patria a causa del blocco delle frontiere; sottrarre una parte importante di lavoratori all’influenza e alla penetrazione della criminalità.

Come giuslavoristi, ci preme segnalare che una regolarizzazione “per settori” , come quella di cui oggi si parla, sarebbe fonte di clamorose e ingiuste differenze di trattamento per lavoratori in condizioni analoghe; e sarebbe anche fonte di inevitabili abusi perché ne deriverebbero (come già avvenuto per la sanatoria Maroni del  2009 riservata al lavoro domestico) inevitabili assunzioni più o meno fittizie ad es. per lavoro domestico per poi rientrare (legittimamente) dopo un mese di lavoro nell’edilizia o negli altri settori che oggi si vorrebbero escludere.

Cosi come sottolineiamo con forza che una semplice sanatoria non risolve il problema del caporalato, del lavoro nero e delle condizioni di vita nei ghetti che si creano attorno alle aree di lavoro: chiediamo quindi che la sanatoria sia accompagnata da seri provvedimenti di contrasto al lavoro sommerso e di miglioramento delle condizioni di vita nelle aree a rischio.

Subito e senza indugi una vera regolarizzazione de lavoratori stranieri, senza limiti per settori lavorativi. Una questione di dignità, di diritti, di giustizia.


 

La tutela risarcitoria del lavoratore danneggiato dal Covid 19

di Francesca Stangherlin e Mara Congeduti

Gli operatori del settore sanitario o, comunque, i lavoratori (farmacisti, agenti di sicurezza pubblica, addetti alla vendita di alimentari e alle pulizie negli ospedali e supermercati) che sono stati addetti a settori lavorativi ritenuti essenziali ma che presentavano un rischio di infezione elevato, contagiati da Coronavirus a causa della mancata adozione delle misure di protezione, possono ottenere il risarcimento integrale dei danni o devono accontentarsi della tutela INAIL?
Qual è la ripartizione tra le parti degli oneri probatori nel giudizio risarcitorio? Quali sono i fatti che il lavoratore deve provare per ottenere il risarcimento dei danni subiti per la violazione degli obblighi di sicurezza?


Il documento integrale è scaricabile cliccando sul seguente link: << Download File .pdf >>


 

Salviamo la democrazia dal contagio

di Andrea Danilo Conte
Articolo pubblicato in contemporanea con Volere la Luna.

Addì 8 settembre 1887, si strinsero nella lega battellieri i mille lavoratori del mare insorti primi in Sardegna contro iniquo sfruttamento. Il popolo li seguì, affrontando miseria carceri, sacrifizi immensi, vittoriosamente”. Questa lapide venne posta a Carloforte, in Sardegna (ce lo ricorda Vincenzo Bavaro sulla Rivista Giuridica del Lavoro) l’8 settembre del 1907 dall’associazione generale degli operai a ricordo della nascita delle prime associazioni in difesa dei diritti dei lavoratori. Tutto nacque lì. Fu la lega dei minatori di Buggeru, nel comune di Carloforte ad indire lo sciopero del 4 settembre 1904 per protestare contro le schiavistiche condizioni dell’orario di lavoro. I carabinieri spararono sugli operai uccidendone tre. L’eccidio di Buggerru provocò la proclamazione del primo sciopero generale europeo da parte della Camera del lavoro di Milano. Era il 15 settembre 1904. Per la prima volta in Europa tutti i lavoratori si fermavano contemporaneamente, non uno sciopero di un settore o di una corporazione, ma un moto collettivo in cui tutti difendevano solidalmente i diritti di tutti.

L’essenza dello sciopero generale, la storia del movimento operaio che ne conseguì, erano già tutte previste in quella lapide, in quell’insurrezione contro “l’iniquo sfruttamento”, nel resto del “popolo che li seguì” e nella violenta reazione padronale che portò “miseria, carceri e sacrifizi immensi”. Non ci sono parole più attuali e commuoventi per spiegare cos’è uno sciopero generale. Oggi come allora, in uno sciopero generale il popolo si unisce al fianco di un gruppo più ristretto di lavoratori proclamando che lo sfruttamento di alcuni è un problema di tutti, che la compressione dei diritti non va mai a denominatore perché non si fraziona, rimane un problema collettivo, una lotta di popolo. Il modo migliore per assolvere agli “inderogabili doveri di solidarietà politica economica e sociale” imposti dalla Costituzione Repubblicana.

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Il lavoro "agile" ai tempi del Coronavirus

di Sara Antonia Passante

Le disposizioni dei DPCM 8 marzo 2020, 11 marzo 2020 e 10 aprile 2020 consentono, nella situazione emergenziale, di attivare il lavoro agile anche in assenza dell'accordo tra le parti funzionale a determinare la organizzazione della modalità agile di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato di cui agli articoli 18 e 19 della L. 81/2017.
In particolare, l'art. 2 comma 1 lettera r) del D.P.C.M. 8.3.2020 attribuisce ai datori di lavoro la facoltà di convertire, con un provvedimento unilaterale di natura temporanea, la prestazione ordinaria in modalità di lavoro agile, derogando alla disciplina contenuta all'art. 19 della legge 81/2017 che richiede sia il consenso del lavoratore che un accordo che disciplini le modalità organizzative di svolgimento della prestazione.

DPCM 11.3.2020 «raccomanda» da un lato che «sia attuato il massimo utilizzo da parte delle imprese delle modalità di lavoro agile per le attività che possono essere svolte al proprio domicilio o in modalità a distanza», e, dall'altro, che «Siano sospese le attività dei reparti aziendali non indispensabili alla produzione» (art. 1, punto 7, lett. a e c). 


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