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Le attività antisindacali della FIAT di Marchionne: la Cassazione scrive la parola fine.

Articolo pubblicato in contemporanea con Volere la Luna.

Corte di Cassazione 20/8/2019 n. 21537

   1) La sentenza n. 21537,  emessa dalla Corte di Cassazione lo scorso 20 agosto 2019 definisce, a distanza di ben 8 anni, il giudizio avviato dalla FILCTEM – CGIL di Torino contro la Plastic Components And Modules Automotive S.P.A. (azienda dell’allora Gruppo FIAT) per ottenere l’accertamento dell’antisindaclità della unilaterale sostituzione imposta dalla società, con effetto dal 1.1.2012, del CCNL per gli addetti alle imprese del settore della Gomma e della Plastica applicato ai lavoratori di ben 5 dei suoi 13 stabilimenti e destinato a restare in vigore fino al 13.12.2012 con il ben noto CCSL sottoscritto separatamente in data 13.12.2011 tra le società controllanti dei Gruppi FIAT e FIAT Industrial e le OOSS del settore metalmeccanico eccettuata la FIOM – CGIL e destinato a valere per i lavoratori di tutte le società appartenenti ai due gruppi in sostituzione integrale non solo dei contratti e gli accordi aziendali vigenti, ma anche del CCNL per gli addetti all’industria metalmeccanica (oltre ad ogni altro CCNL eventualmente applicato) , nonché di tutta la contrattazione Interconfederale vigente anche in merito alle regole sulla rappresentanza dei lavoratori.

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Salario minimo, tutti i timori e le bugie dei suoi detrattori

di Piergiovanni Alleva
Questo articolo è stato pubblicato dal Fatto Quotidiano il 21 agosto 2019

La composita schiera di oppositori del salario minimo legale che è riuscita a stoppare, almeno per ora, l’importante progetto 658 in Senato (sen. Catalfo), si articola in due gruppi: chi continua a propalare notizie false e critiche infondate e chi indica “vie diverse” per rimediare all’ingiustizia dei “lavoratori poveri” e agita lo slogan del cosiddetto taglio del “cuneo fiscale” (e contributivo).

La leadership del primo gruppo è stata assunta da Matteo Salvini che ha dichiarato, come riportato dalla stampa, che con il salario minimo “si scatenerebbe una fuga dai contratti collettivi, con il risultato che per aiutare qualcuno si ridurrebbe la tutela a milioni di lavoratori”. Questo è spudoratamente falso, perché il progetto 658 in primo luogo estende a tutti i lavoratori i trattamenti economico-normativi previsti dai contratti collettivi, sottoscritti dai sindacati più rappresentativi, e solo in un secondo luogo e ove necessario, integra fino al valore di 9 euro lordi orari anche le paghe tabellari delle qualifiche più basse. Altro che “fughe dai contratti collettivi”! Il loro ombrello diventa assolutamente generale a protezione di tutti i lavoratori.

Veniamo al secondo gruppo di oppositori, certo più avveduto, e comprensivo dei sindacati datoriali e, ahimé, anche di quelli dei lavoratori che propugnano la via alternativa del taglio del “cuneo fiscale”. È legittimo sospettare che non amino l’obiettiva implacabile “radiografia” cui sarebbero assoggettati, con l’applicazione del salario minimo legale, i contratti collettivi da loro firmati, specie nel terziario. Intendiamoci: i contratti collettivi nazionali sono e restano l’insostituibile colonna portante del nostro sistema di relazioni industriali e di tutela del lavoro, ma come nella criniera di un cavallo di razza può annidarsi qualche pidocchio, anche nei contratti collettivi, specie nei settori “deboli” possono esser previsti minimi retributivi assolutamente miseri nelle qualifiche più basse.

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Conversione dei contratti a termine illegittimi nelle pubbliche amministrazioni: de profundis, o forse nì?

di Antonio Carbonelli

Di fronte al dilagare dei contratti a termine nel pubblico impiego, le due ordinanze in commento rappresentano un anello ulteriore, e probabilmente non conclusivo, di una vicenda che vede impegnati i giudici di tutti i livelli, compresi quelli costituzionale e comunitario, ormai da una ventina d’anni. Eppure il fenomeno si potrebbe contrastare più efficacemente anche attraverso prassi applicative che non richiedono ulteriori interventi politici da parte del legislatore.
Faced with the spread of fixed-term contracts in the public sector, the two ordinances in question represent a further, and probably inconclusive, link in a story involving judges of all levels, including constitutional and community, by now about twenty years. Yet the phenomenon could be contrasted more effectively also through application practices that do not require further political intervention by the legislator.

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Licenziamenti disciplinari e contrattazione collettiva tra realtà e immaginazione

di Alberto Piccinini
Note critiche a proposito della sentenza Cass., Sezione Lavoro, n. 12365 del 9 maggio 2019

Articolo pubblicato su "Questione Giustizia"


1. Lo stato dell'arte 

La sanzione della reintegrazione nel posto di lavoro come conseguenza del licenziamento illegittimo ha subito un notevole ridimensionamento dopo l’entrata in vigore della cd. legge Fornero (l. n. 92/2012) e, ancor più, dopo il Jobs Act (nello specifico d.lgs. n. 23/2015).

In particolare, per quanto riguarda il licenziamento disciplinare, la prima la prevede solo in due ipotesi:

a)  in caso di «insussistenza del fatto»;

b)  quando «il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni dei contratti collettivi ovvero dei codici disciplinari applicabili».

Sull’ipotesi della sussistenza o meno del fatto e sulla sua “materialità”, dopo tanto dibattito [1] si è pervenuti ad un approdo definitivo, riassunto nel principio secondo cui «l’insussistenza del fatto contestato, di cui all’art. 18 St. Lav. come modificato dall’art. 1 comma 42 della l. n. 92 del 2012, comprende l’ipotesi del fatto sussistente ma privo del carattere di illiceità, sicché in tale ipotesi si applica la tutela reintegratoria, senza che rilevi la diversa questione della proporzionalità tra sanzione espulsiva e fatto di modesta illiceità» (Cass. 23 maggio 2019 n. 14054, che cita Cass. 20540/2015; Cass. 18418/2016; Cass. 11322/2018).

Quindi, anche se sotto il profilo lessicale può apparire paradossale che venga considerato insussistente un fatto sussistente, ciò avviene quando esso non ha rilevanza disciplinare.

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