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L’ambivalenza del reddito di cittadinanza che non dà nuovo lavoro.

di uigi Mariucci
Articolo pubblicato sul Blog "Striscia Rossa" in data 26/03/2019.

Delle critiche “da destra” o semplicemente strumentali al modo in cui si è infine disciplinato il cosiddetto reddito di cittadinanza voluto dai 5stelle, con l’avallo a malincuore della Lega, si può compilare un lungo elenco: dal sarcasmo su una “vita in vacanza” al rischio di truffe, di assistenzialismo, al finanziamento in deficit ecc.

Alcune di queste critiche formulate da esponenti del PD si ritorcono in altrettanti autogol. Quanto ai rischi di assistenzialismo lo stesso può dirsi per ogni intervento sulle povertà, a partire dal “reddito di inclusione”; sui comportamenti fraudolenti vale lo stesso discorso relativo ad ogni intervento di welfare (dai falsi disoccupati alle false pensioni di invalidità ecc.); sul finanziamento in deficit siamo sullo stesso piano degli 80 euro di Renzi ecc.ecc.

Una critica coerente e “di sinistra” deve partire anzitutto da un chiarimento semantico. Ciò di cui si parla non ha nulla a che fare con il “reddito di cittadinanza” propriamente inteso, il quale sulla base di complesse teoriche (spesso anche se non sempre derivate da filoni ideologici della estrema sinistra: per tutti v. Van Parijs) dovrebbe essere attribuito ad ogni cittadino in quanto tale, a prescindere dalla sua condizione economica.

Si tratta invece di un istituto bi-fronte, strutturalmente ambivalente: da un lato un sostegno alla povertà (un “reddito di inclusione” rafforzato), dall’altro una indennità di disoccupazione di tipo nuovo, estesa anche ai senza-lavoro cioè a chi non essendo mai entrato nel mercato del lavoro regolare o avendo avuto esperienze di lavoro irregolari non ha comunque i requisiti per usufruire della cosiddetta Naspi, che riguarda come è noto chi ha avuto una precedente esperienza lavorativa.

Si tratterà di verificare il modo in cui i fruitori si ripartiranno tra le due categorie, come si distribuiranno sul piano territoriale, e quali potranno essere gli esiti della “attivazione verso il lavoro” dei percettori di rdc. Sul punto naturalmente non si può che nutrire un forte scetticismo: l’attivazione al lavoro per i soggetti disagiati, in povertà assoluta, è infatti questione davvero improba, mentre è ovvio –per l’altro verso- che la crescita della domanda di lavoro non dipende da politiche meramente redistributive del reddito e neppure dal miglioramento dei possibili incroci tra domanda e offerta ma da un più ampio raggio di politiche pubbliche di impronta neo-keynesiana.

In ogni caso una critica “da sinistra” non può riguardare né il versante del “sostegno alla povertà” né quello della “indennità di disoccupazione rafforzata”. Si pone di certo il tema della funzionalità: qui va affrontata l’antica questione della inadeguatezza dei nostri servizi dell’impiego, a seguito di un caos istituzionale tra competenze dello Stato e delle regioni di cui certo non può essere rimproverato l’attuale governo. Sul tema dei cosiddetti navigators si registra comunque ora un accordo Stato-regioni.

Dal punto di vista strategico la questione più rilevante (oltre a quella riferita al censimento ovvero alla “anagrafe” dei percettori del rdc, che può costituire un patrimonio utilissimo di riferimento per le politiche pubbliche) consiste nel valutare gli effetti di tale intervento rispetto alla dinamica salariale complessiva, e in particolare rispetto al tema del lavoro povero. Posto che il riferimento medio del rdc è individuato nella cifra di 780 mensili, in cui quindi si può individuare una sorta di indiretto minimo legale salariale, questo incentiva o meno un movimento verso l’alto della massa salariale, in riferimento sia ai lavori poveri e precari che alla retribuzione media dei lavoratori dipendenti?

Il tema si collega quindi alla controversa questione della determinazione di un salario minimo legale, sulla quale è in atto un confronto parlamentare in riferimento a diverse proposte di legge, in particolare dei 5stelle e del PD, sulle quali sono stati formulati argomentati pareri critici delle parti sociali (di Confindustria per un verso e di Cgil-Cisl-Uil per l’altro).

 

 

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