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La Corte costituzionale riapre la partita sulla questione dei licenziamenti

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La Consulta si è finalmente pronunciata sulla legittimità della disciplina dei licenziamenti introdotta dal JobsAct nel 2015. Secondo la Corte costituzionale l’art.3, comma 1, del dlgs n.23/2015 è illegittimo “nella parte che predetermina in modo rigido l’indennità spettante al lavoratore licenziato senza giusta causa o giustificato motivo”. In particolare “la previsione di un’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore è, secondo la Corte, contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela sanciti dagli articoli 4 e 35 della Costituzione”. Così recita lo scarno comunicato dell’Ufficio stampa della stessa Corte costituzionale del 26 settembre 2018. Si tratta di una decisione di grande portata.

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Ufficio Stampa della Corte costituzionale

Pubblichiamo il comunicato stampa ufficiale con il quale la Corte Costituzionale ha dichiarato l'illegittimità del primo comma dell'art. 23 del d.lgs n. 23/2015 in materia di indennizzo in caso di licenziamento illegittimo nel contratto a tutele crescenti.

In attesa della motivazione della sentenza, e quindi, rinviando per un più approfondito commento, possiamo sin d'ora osservare come sia stato scardinato il principio dell'automatismo che voleva eliminare la possibilità per il giudice di esercitare la sua funzione di applicazione del principio di proporzionalità con riferimento al caso concreto, senza essere più schiacciato in una mera applicazione ragionieristica delle sanzioni.
Ciò comporterà la necessità, per il legislatore, di intervenire nuovamente sulla materia, stante il mancato coordinamento con la perdurante vigenza dell'articolo 18 che da un lato prevede la sanzione della reintegrazione, ma dall'altro, per le ipotesi in cui la reintegrazione non è dovuta, prevede un meccanismo di indennizzo diverso e persino inferiore sui massimi a quello attuale del Jobs Act.

La Presidenza
Alberto Piccinini

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CONVERTITO IN LEGGE IL “DECRETO DIGNITÀ”: AL VIA IL DIBATTITO SUI PROBLEMI INTERPRETATIVI E APPLICATIVI

di FRANCO SCARPELLI
giustiziacivile.com - n. 9/2018 - 
Editoriale del 03 settembre 2018 

Sulla Gazzetta Ufficiale dell'11 agosto è stata pubblicata la legge diconversione del decreto legge n. 87/2018 entrata in vigore il giornosuccessivo, 12 agosto. Il decreto legge convertito è dunque rimasto invigore poco meno di un mese, dal 14 luglio all'11 agosto 2018: come vedremo sono date rilevanti per i problemi di diritto transitorio.

SOMMARIO: 1. La “dignità” è una cosa seria. - 2. Finalità, contraddizioni e rischi deldecreto dignità. - 3. Contratti a termine: causali e sanzioni. - 4. Il regime transitorio per icontratti a termine. - 5. Le causali per la somministrazione. - 6.  Altre modifiche alla somministrazione: il nuovo tetto “cumulativo” per termine e somministrazione. - 7. Cenni su licenziamenti e prestazioni occasionali.



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Agli imprenditori non interessa la dignità del contratto a termine

Articolo pubblicato sul Manifesto in data 24 agosto 2018

Decreto dignità. Ferme restando le doverose critiche alle non condivisibili politiche governative, un giuslavorista non può astenersi da una valutazione di merito di importanti innovazioni introdotte nel campo del diritto del lavoro

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Le prese di posizione da parte di autorevoli giuristi “di sinistra” (quali Alleva, Mariucci, Martino) sulla legge 96 del 2018 di conversione del cd. decreto dignità, contenenti – anche – apprezzamenti, hanno suscitato accuse di “collaborazionismo” verso un governo che in altri settori (immigrazione, razzismo, famiglia, ordine pubblico, sanità, per non parlare dell’affidabilità finanziaria) appare impresentabile.

Personalmente ritengo che, ferme restando le doverose critiche alle non condivisibili politiche governative, un giuslavorista non possa astenersi da una valutazione di merito di importanti innovazioni introdotte nel campo del diritto del lavoro.

Una premessa si rende necessaria: non faccio parte di coloro che acclamano acriticamente la legge, non tanto e non solo per il fatto che ha esteso l’applicazione dell’istituto del lavoro occasionale (voucher, per intendersi), emblema del lavoro precario, quanto per aver lasciato intatto l’impianto del Jobs Act in materia di licenziamenti.
Invece il tentativo della legge di voler contenere l’abuso dei contratti a termine, proliferati nella vigenza della precedente normativa, è apprezzabile, e si spera non si verifichi quell’eterogenesi dei fini (di contrasto al precariato) forse auspicata da chi critica la legge. In buona sostanza ci si preoccupa del fatto che, dovendo il datore di lavoro per legge provare l’effettiva sussistenza di una ragione oggettiva e temporanea che giustifichi un contratto a termine, si esporrebbe al rischio di dichiarare una cosa falsa e di pagarne le conseguenze.

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