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Autoritarismo e dispotismo: la minaccia del licenziamento

Nun c’è soverchiaria, nun c’è ripicco,
che nun passi coll’arma der zecchino.
Viva la faccia de quann’uno è ricco!

Giuseppe Gioacchino Belli
 

di Gianni Giovannelli

In memoria di Maria Baratto, operaia della Fiat.

Il contenzioso giudiziario è per sua natura spesso imprevedibile e comunque assai contraddittorio, tanto che è celebre, fin dall’antichità, un motto latino, habent sua sidera lites. Ma tutto ciò non impedisce di cogliere il mutare dell’orientamento nelle decisioni dei giudicanti, non solo in materia penale o amministrativa, ma anche in quella giuslavoristica. Non pesano soltanto le modifiche intervenute nella legislazione ad iniziativa dei governi delle larghe intese, modifiche peraltro tutte rivolte a scoraggiare il contenzioso, a sostenere le imprese del capitalismo finanziarizzato, a rimuovere i diritti dei lavoratori (subordinati o non subordinati), a generalizzare la condizione precaria, per imporre con la forza e con la violenza delle norme un generale processo di sussunzione, mettendo a valore l’intera singola giornata dell’esistenza. Nella società della comunicazione e dello spettacolo il potere utilizza, per ottenere la collaborazione della magistratura, anche l’intimidazione indubbia che accompagna la rappresentazione della notizia; chi giudicando si pone in contrasto con i progetti dell’apparato governativo ha piena consapevolezza di provocare una reazione e di esporsi alle conseguenze connesse alla ribellione. Non rileva l’autonomia del potere giudiziario; quello che conta è il controllo autoritario sulla società complessiva, perché il controllo è necessario per chi voglia impadronirsi del frutto della cooperazione sociale.

Il messaggio del potere, in tema di licenziamento, è maledettamente chiaro: il dissenso ha sempre un carattere antisociale, qualche volta sanzionato in sede penale (la criminalizzazione della protesta che va accompagnando gli scioperi della logistica), comunque almeno qualificato come illecito civile.

La rappresentazione scenica del licenziamento viene costruita dalle strutture di comando avvalendosi di professionisti prezzolati della comunicazione; sono loro a scegliere i casi che ritengono più idonei a conseguire il loro scopo. Naturalmente, e fortunatamente, esistono eccezioni capaci di travalicare il muro della censura di stato; ma questo nulla toglie alla sostanza del problema. La diffusione mediatica serve a scoraggiare comportamenti ribelli fra i sudditi-lavoratori; al tempo stesso è un avviso rivolto ai magistrati che saranno chiamati a valutare la legittimità dei licenziamenti simbolici, un invito espresso a collaborare nella repressione del dissenso, per il bene del paese. Sono avvisi che sarebbe incauto ritenere senza effetto e senza conseguenze concrete; e ne abbiamo conferma constatando il silenzio intimidito delle principali associazioni dei magistrati di fronte a queste offensive che si collocano a mezza via fra il giornalismo di regime e il regime di polizia.

Proprio in questi giorni hanno trovato ampia risonanza due casi clamorosi di licenziamento: uno collettivo nel settore privato (cinque operai della Fiat) e un altro individuale nel settore pubblico (la “cattiva maestra” di Torino). Le due vicende hanno in comune l’uso della rappresentazione; per gli operai Fiat la sentenza della Corte di Cassazione è definitiva, per la maestra siamo solo all’esordio. Vale la pena comunque di entrare in dettaglio, si tratta di episodi assai significativi con cui è opportuno misurarsi; sono il segnale di una concreta scelta autoritaria, di una transizione che ci conduce, in verità, dall’autoritarismo al nuovo dispotismo del capitale in occidente.

Il licenziamento dei cinque operai alla Fiat di Nola.

La Corte di Cassazione ha deciso, con la sentenza n. 14.527 del 6 giugno 2018, che la Fiat aveva ragione, potete leggerla qui. Per i non addetti ai lavori è opportuno precisare che la Corte assai raramente decide il merito delle vicende; di norma si limita o a confermare la sentenza impugnata in via definitiva o dispone, con l’annullamento, la ripetizione del processo con un giudizio chiamato di rinvio. Quando poi la sentenza riguarda la valutazione di un fatto (la gravità maggiore o minore di un fatto) tradizionalmente la Cassazione ritiene precluso il riesame. La Corte d’Appello di Salerno aveva disposto la reintegrazione dei cinque lavoratori ritenendo che nella vicenda non potesse ravvisarsi una giusta causa; la Corte di Cassazione ha riesaminato i fatti e annullato la decisione decidendo nel merito, in via definitiva, senza rinvio. Già questo rilievo induce a coltivare fortissime perplessità critiche nei confronti del verdetto; e molti giuristi lo hanno segnalato nei loro commenti tecnici, a prescindere dalle valutazioni sociali e politiche. A noi interessa intervenire e protestare contro una decisione ingiusta, crudele, profondamente irragionevole.

La vicenda.

L’operaia Maria Baratto, di 47 anni, attivista sindacale del Cobas, era in cassa integrazione da sei anni; nel 2011 aveva scritto un articolo, Suicidi in Fiat, per denunciare il ripetersi di tragiche morti fra i lavoratori sospesi. Nel maggio del 2014 Maria non ha più trovato la forza di andare avanti e si è uccisa accoltellandosi dentro casa; il corpo fu trovato dopo quattro giorni e al funerale parteciparono sgomenti i suoi compagni di lavoro. Per via della lettera di commiato dalla vita tutti sapevano che il gesto estremo era la conseguenza delle scelte aziendali di riorganizzazione e ristrutturazione; tutti la conoscevano e la stimavano; l’onda di emozione era davvero inarrestabile.

Il 5 e il 10 giugno 2014, pochi giorni dopo il funerale, ci fu una rappresentazione popolare davanti ai cancelli dello stabilimento e davanti alla sede regionale campana della RAI; un manichino appeso evocava il suicidio di Marchionne, appeso a un cappio e travolto dal rimorso, accanto ai simboli degli operai morti (le tute macchiate di sangue).

Ha radici antiche, nei borghi italiani, la messa in scena di rappresentazioni popolari, sacre e profane. Recitavano in piazza i versi di Iacopone da Todi contro il papa (co la lengua forcuta / m’hai fatta esta feruta) o le satire in maschera di carnevale, per lamentare i torti subiti. A Nola, la patria di Giordano Bruno, la tradizione è viva. Non ci si può stupire, dunque, che i lavoratori avessero scelto questa forma al fine di ricordare l’amica e compagna appena scomparsa, al fine di ricordarla nel modo più degno, protestando.

Marchionne, a sua volta, è un simbolo. Risiede in Svizzera, si suppone per essere più conveniente il regime fiscale di quel paese. Nel 2006 fu accusato di corrispondere ai giardinieri impiegati nella sua villa solo un terzo della retribuzione dovuta; ma ottenne il proscioglimento perché si trattava di un contratto d’appalto, senza rapporti diretti con la manodopera. Rassicurato il presidente della repubblica, Napoletano, lo nominò cavaliere del lavoro (il ministro era Bersani). Matteo Renzi visitò con lui lo stabilimento di Cassino, dimenticando le sospensioni e i suicidi, indicandolo ad esempio. Ognuno ha gli eroi che si merita.

Il 20 giugno 2014 la Fiat licenziava in tronco per giusta causa cinque operai, colpevoli di aver partecipato alla rappresentazione; due di loro (Domenico Mignano e Marco Cusano) erano stati già cacciati in precedenza per ragioni di accertata rappresaglia antisindacale. Non c’era stata violenza, non erano avvenuti tafferugli, niente di niente. Solo e soltanto la messa in scena, intesa come offesa incompatibile con la prosecuzione del rapporto lavorativo. Il Tribunale di Nola aveva confermato la legittimità del provvedimento di espulsione; ma la Corte d’Appello di Napoli era stata di avviso contrario, riformando la prima decisione e disponendo la riassunzione dei lavoratori.

La Fiat, peraltro, si guardava bene dall’accettare il verdetto. Utilizzando le norme vigenti, che non dispongono sanzioni a carico delle imprese che non eseguono l’ordine di reintegrazione, il buon Marchionne pagava lo stipendio lasciando i cinque operai a casa, in attesa dell’esito del ricorso in Cassazione.

E ora, grazie alla sentenza n. 14.257/2018 li ha buttati fuori definitivamente. Sono senza lavoro, senza pensione e sostanzialmente senza speranza di ricollocazione alternativa. Sono rovinati; e debbono essere di monito, di esempio, per educare il popolo a obbedire senza discutere.

La Corte di Cassazione motiva articolando un ragionamento che non può non risultare scandaloso e inaccettabile, ove naturalmente non vi sia una coscienza disponibile capace di sentirlo lecito. I fatti, scrive il Collegio giudicante, sono pacifici. Gli operai hanno curato ogni dettaglio della rappresentazione scenica che hanno inteso mettere in atto al fine di protestare contro le politiche aziendali in tema di lavoro. Per la verità reagivano al suicidio di una compagna di lavoro, motivato con le condizioni di lavoro, il che è un po’ diverso.

La Corte, bontà sua, riconosce un diritto di satira, anche con utilizzo di linguaggio colorito, anche con immagini forti, esagerate. Ma il diritto di satira non deve pregiudicare l’onore, la reputazione, il decoro. Qui si tratta di valutazioni divergenti fra Corte d’Appello e Corte di Cassazione, e la seconda sconfina a sua volta invadendo un terreno che dovrebbe essere precluso. Ma così si esercita l’autorità: la legge sono io!

E qui la Corte di Cassazione pretende anche di darci lezioni di estetica, mette le mutande alla rappresentazione artistica popolare. La rappresentazione scenica, considerata in tutti i suoi elementi (il patibolo, il manichino impiccato con la foto dell’amministratore delegato, lo scritto affisso al palo a mo’ di testamento, le tute macchiate di vernice rossa a mo’ di sangue) ha esorbitato dai limiti. Ha esposto Marchionne al pubblico dileggio in modo da suscitare disdegno e disistima. Secondo il Collegio la satira deve evitare di evocare pretese indegnità personali. La violazione dei limiti della satira giustifica il licenziamento in tronco, e bene ha fatto la Fiat a liberarsi per sempre del quintetto di sceneggiatori irriverenti. E bene ha fatto a non eseguire l’ordine della Corte d’Appello di Napoli, ribellandosi all’autorità giudiziaria.

La sequenza per come descritta lascia perplessi. Il patibolo , secondo il grande dizionario del Battaglia, è uno strumento o apparato per dare pubblicamente la morte ai condannati dalla giustizia. Trattandosi di un suicidio (dato che caratterizza la rappresentazione, fondata sul pentimento e non sull’esecuzione) il richiamo di un patibolo dimostra soltanto scarsa dimestichezza dell’estensore con la terminologia giuridica e con la lingua italiana.

Il manichino impiccato con la fotografia del dottor Marchionne mi ha invece ricordato un precedente illustre. Antonio Panizzi (1797-1879), esule in Inghilterra a seguito della condanna subita al processo di Rubiera (Reggio Emilia) per i moti risorgimentali divenne direttore presso il British Museum e fu nominato baronetto dalla regina. Nel 1823 stampò a Lugano (falso luogo di Madrid) un delizioso volumetto satirico, Dei processi e delle sentenze. Già allora si usava nel caso dei contumaci appendere l’effigie, così che anche questo meccanismo scenico, lungi dall’essere innovativo, rientra fra quelli usuali e tradizionali; trattandosi poi di suicidio lo scopo era soltanto quello di rappresentare la Fiat attraverso l’immagine di Marchionne, resa in quel tempo celebre dal comico Crozza come incontenibile avversario dell’opposizione sindacale. Il testamento (in forma di tardivo ravvedimento) e il simbolo della tuta macchiata di rosso sono infine riferiti, senza dubbio, al motivo della messa in scena, il sanguinoso suicidio a colpi di   coltello auto inflitti con cui Maria Baratto aveva posto tragicamente fine all’esistenza. Ma la Corte evita di affrontare la questione, si sottrae; dimentica la sentenza che Maria e gli altri lavoratori suicidatisi ritenevano la Fiat la causa del loro malessere e che questo non altro era il tema della rappresentazione.

La Corte ha sanzionato una messa in scena popolare, curata in ogni dettaglio

e senza scopo di lucro al fine di onorare la memoria di una compagna appena tragicamente scomparsa. La Fiat ha dimenticato la pietà e ha utilizzato l’episodio per colpire cinque sindacalisti riottosi, nell’immediatezza dei fatti. Voleva liberarsi dell’antagonismo sociale.

Non è la prima volta che avviene. Il 28 dicembre 1951 Battista Santhia fu licenziato con questa espressa motivazione: la Sua funzione di dirigente nazionale del partito comunista lo rende incompatibile con la permanenza nella direzione Fiat. Santhia era stato in carcere a Ventotene per antifascismo, mentre il capo della Fiat, Vittorio Valletta, aveva collaborato con i nazisti. Il governo di liberazione nazionale, a guerra finita, affidò a Santhia la direzione dei servizi sociali in Fiat, mentre Valletta fu raggiunto dal provvedimento temporaneo di epurazione. Fu lui, riacquistato il comando, a licenziare Santhia, pochi mesi prima che nascesse Marchionne a Chieti. Non esisteva, in quel tempo, un divieto di licenziamento per ragioni politiche; così andò allora, così va oggi.

Questa sentenza, ingiusta, deve essere riprodotta e tenuta viva nella nostra memoria, per non dimenticare, per il rispetto che dobbiamo a Maria Baratto e a chi, per ricordarla, ha pagato con la perdita del lavoro.

La cattiva maestra.

E qui siamo al licenziamento annunciato dalla televisione, invocato dal partito di maggioranza, eseguito dai funzionari del ministero.

Flavia Cassaro, maestra mal pagata, si trovava in strada a dimostrare contro una riunione di neonazisti (loro si auto-definiscono nazionalisti e socialisti) del gruppo Casa Pound. La polizia è intervenuta e ha usato l’acqua degli idranti contro i manifestanti dei centri sociali; in pieno inverno, a sole ormai calato, non deve essere stato piacevole.

Flavia, bagnata, intirizzita e comprensibilmente incazzata, ha strillato, in mezzo alla via. L’hanno ripresa quelli di Matrix, la trasmissione di Mediaset diretta dal giornalista Nicola Porro. L’emittente di Silvio Berlusconi (pregiudicato per frode fiscale) si è elevata a censore, sbattendo il mostro in prima pagina; Matteo Renzi, ospite della trasmissione, ha chiesto di togliere subito il posto di lavoro all’insegnante ribelle che aveva osato gridare contro la polizia. Subito il caso è rimbalzato sui quotidiani e sui telegiornali di tutto il paese, una vera e propria gogna mediatica senza precedenti.

Dovete morire!  Questa l’ingiuria che pare abbia strillato la cattiva maestra, tutta bagnata dall’acqua degli idranti ricevuta in un gelido febbraio torinese. L’immagine di Flavia Cassaro, sola, in mezzo alla strada, che inveisce ha fatto il giro delle redazioni, è ancora oggi reperibile in rete, trasmessa in modo quasi ossessivo.

Il gesuita Paolo Segneri (1624-1694) era, raccontano le cronache del tempo, un oratore di eccezionale bravura, capace di suggestionare folle di fedeli durante la controriforma. Nel suo Quaresimale, stampato per la prima volta nel 1674 e poi riedito moltissime volte con straordinario successo, nella predica costruita per il mercoledì delle ceneri, ammoniva i cristiani con queste parole: tutti quanti qui siamo, padroni o servi, nobili o popolari: tutti dobbiamo morire … e voi mentre operate simili cose sapete certo di avere a morire.

Certo. Padre Segneri era più brillante nel costruire il periodo e sapeva ben utilizzare gli strumenti della retorica per suggestionare gli ascoltatori; e bene avrebbe fatto Flavia Cassaro a protestare con altrettanta abilità espositiva. Ma licenziarla è un po’ troppo; o no? Non ci si trovava a lezione e la maestra non era in cattedra davanti agli allievi, che nulla sapevano o potevano sapere della vicenda. Lo scandalo è stato montato dall’emittente televisiva Mediaset, perseguendo un preciso disegno legato alla campagna elettorale in corso. Il fatto che al partito del proprietario non sia andata molto bene nulla toglie al progetto di mettere alla berlina una vittima scelta a caso per guadagnare qualche voto in più; i giornalisti dipendenti del proprietario con il nome sulla scheda (anche se impossibilitato a candidarsi per i guai giudiziari) si guadagnavano lo stipendio diffondendo il caso, insieme a Matteo Renzi, alleato occulto di Forza Italia con la quale intendeva governare (pure lui sbagliando i calcoli).

In barba alle procedure di contestazione e alle garanzie che dovrebbero caratterizzare il meccanismo di addebito prima  hanno sputtanato in tutte le maniere possibili questa giovane insegnante, poi, in esecuzione delle richieste televisive di un capo partito e di una rete legata ad un altro partito (apparentemente avversario, ma notoriamente aspirante alleato), l’hanno subito sospesa dal servizio. Poco importa che si fosse in strada, in una manifestazione pubblica, dopo un getto d’idranti, a contrastare una propaganda illecita e vietata in Italia (nel programma Casa Pound si propone di inserire il c.d. jus sanguinis per la cittadinanza e rivendica adesione al programma del filosofo collaborazionista Giovanni Gentile). Poco importa che Flavia Cassaro non abbia ucciso nessuno e neppure minacciato di farlo. Poco importa che il doveete mooriree è scandito quasi ogni domenica allo stadio da centinaia di insegnanti tifosi e che ha un significato ben diverso da quello che è stato costruito.

Serviva un esempio. I solerti funzionari del ministero, quelli che non intervengono mai quando sarebbe utile intervenire, hanno completato il procedimento e affidato ancora una volta alla comunicazione spettacolare la condanna esemplare della maestra ribelle. Qui è opportuno fermarci, per non interferire nella prevedibile opposizione della maestra al provvedimento, per via giudiziaria, nei modi e con i tempi che sarà lei a scegliere. Noi non possiamo che sostenerla, come già avevamo fatto nel momento della sua sospensione, invitando a sottoscrivere un appello in suo favore. Anche settori del sindacato e numerosi giuristi si erano pronunciati, uscendo dagli schemi del piatto consenso al regime.

La decisione di procedere al licenziamento è assai grave, è un segno dei tempi. Si consolida l’opzione autoritaria, si procede a passi spediti verso un nuovo genere di dispotismo, che non è il tradizionale fascismo, che non è generico populismo, che non è neppure il vecchio liberismo conservatore. E’ invece, con varie forme e con un progetto univoco, la scelta di criminalizzare e sanzionare l’antagonismo, comunque esso si esprima, utilizzando le punizioni e le espulsioni per accelerare in processo di sussunzione in corso, per impadronirsi dell’intera struttura di cooperazione sociali estraendo valore da ogni singola esistenza.

Nel codice penale stalinista il comportamento di Flavia Cassaro era qualificato teppismo antisociale, conduceva i dissidenti nei campi di rieducazione o in casa di cura psichiatrica. Non siamo per ora a questo punto, ma ci avviciniamo a passi svelti grazie a sentenze come quella di Cassazione e a licenziamenti televisivi come quelli di Flavia Cassaro.

 

 

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