Obiettivi

solano2
È possibile porre un freno alla deriva che sta mettendo a dura prova i diritti dei lavoratori?

È possibile ricominciare a pensare a un diritto del lavoro diseguale, come quello che i legislatori
del 1970 avevano pensato per i lavoratori di allora ?

È possibile pensare nuovamente a un diritto del lavoro che abbia come primo obiettivo quello di ridurre le diseguaglianze tra datori di lavoro e lavoratori ?
Noi pensiamo che si possa.
Anzi, pensiamo che si debba.
In questi anni ci hanno fornito spiegazioni dai toni apocalittici per giustificare la riduzione di tutele dei lavoratori (dalla fuga dei capitali stranieri alla dissoluzione del tessuto produttivo del paese).Solo sacrificando i lavoratori si poteva sperare di restare in Europa, alla pari con gli altri paesi, e solo riducendo le garanzie si poteva salvare l’economia nazionale.
La realtà ha dimostrato che nei fatti le cose non stavano e non stanno così. Per di più la riduzione delle tutele ha raggiunto livelli che la stessa UE ritiene non accettabili.La sanzione per un licenziamento totalmente ingiustificato è di ridottissimo impatto per le imprese, ma è soprattutto inefficace per risarcire il gravissimo pregiudizio determinato dalla perdita incolpevole del posto di lavoro.

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Comunicato

NASRIN SOTOUDEH LIBERA!

Nasrin Sotoudeh, è una nostra collega iraniana, che è stata condannata da un tribunale di Teheran a 33 anni di carcere e a 148 frustate. A questa condanna si deve aggiungere altra pena di 5 anni comminata nel settembre 2016. In totale la condanna alla reclusione ammonta a 38 anni.

Una condanna inaccettabile!

Nasrin Sotoudeh è un’avvocata  per i diritti umani in Iran. Ha rappresentato prigionieri attivisti e politici dell'opposizione iraniana a seguito delle contestate elezioni presidenziali iraniane del giugno 2009 e di prigionieri condannati a morte per crimini commessi quando erano minorenni. Tra i suoi clienti figurano la giornalista Isa Saharkhiz, il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi e Heshmat Tabarzadi, il capo del gruppo di opposizione nazionale democratico. Ha anche rappresentato le donne arrestate per apparire in pubblico senza un hijab, che è un reato punibile in Iran.

Molti Consigli dell’Ordine degli Avvocati hanno deliberato una netta censura alla condanna e chiesto la liberazione immediata della nostra Collega. Il direttivo di Comma2 afferma il diritto inviolabile alla difesa, condizione primaria perché il principio di eguaglianza trovi reale attuazione. Ritiene di dover contribuire in ogni forma alla mobilitazione e alla campagna per la liberazione dell’avvocata Nasrin Sotoudeh e invita i propri soci e le proprie socie, tutti i lettori e tutte le lettrici, a firmare l’appello di Amnesty International, riprodotto qui di seguito.


 Link - Amnesty International Italia

 https://www.amnesty.it/appelli/liberta-per-nasrin/ 


 

CHI HA PAURA DEL CONTRASTO ALLA PRECARIETÀ?

Testo approvato dal Direttivo di Comma2

Firmato da oltre cento giuslavoristi e altri operatori del settore.

La durezza dell’attacco subìto dal “Decreto Dignità” sin dalla comparsa della sua bozza, con prospettati disastri per investimenti ed economia, ci induce ad intervenire, nella nostra veste di avvocati giuslavoristi quotidianamente impegnati nella difesa dei diritti dei lavoratori, per portare la nostra esperienza  - prima ancora che il nostro punto di vista - attraverso una serena riflessione sulla reale portata dei provvedimenti messi in cantiere dal Consiglio dei Ministri.

Partendo da un indubbio riconoscimento: essi hanno spostato il “baricentro” dall’interesse esclusivo per la flessibilità del lavoro (mainstream che ha caratterizzato tutta la legislazione del lavoro degli ultimi 15-20 anni) all’interesse -  anche -  per la dignità di chi lavora, dando finalmente credito a quanti provavano a mettere in dubbio che le leggi del mercato potessero e dovessero essere le sole a dettare le regole, e conseguentemente determinare le condizioni di vita delle persone.

L’agnello sacrificale di tale dogma sono stati i diritti sociali e del lavoro, “rei” di aver  goduto un immeritato benessere nella seconda metà del secolo scorso e quindi obbligatoriamente destinati a seguire un percorso di progressivo ridimensionamento per non danneggiare la competitività nel mercato globale, sul presupposto che tale competitività, garantendo inestimabili ricchezze a pochi, automaticamente ne farebbe ricadere centellinati benefici ai tanti.

I provvedimenti governativi, nel momento in cui si propongono di arginare la precarietà, si pongono, quindi, in timida controtendenza (che ci si augura non venga contraddetta o posta nel nulla con la reintroduzione dei voucher già espunti dall'ordinamento quale massima fonte ed emblema del precariato), rispetto al pensiero unico. Solo alla luce di queste considerazioni può comprendersi lo stato di allarme che essi hanno provocato.

Ciò premesso, non possiamo che constatare come le modifiche agli istituti della disciplina del licenziamento e del contratto a termine sono limitate, parziali e, in talune ipotesi, inidonee a conseguire il risultato ufficialmente auspicato: non viene intaccato, se non in misura irrilevante, il contratto a tutele crescenti, e la “rivoluzione” del contratto a termine che ha destato tanto sconcerto nel mondo imprenditoriale, sostanzialmente ripristina la situazione cristallizzata dalla Legge Fornero del 2012, integrata da riferimenti coerenti con la “temporaneità” che deve caratterizzare l’istituto.

In particolare quanto alla disciplina del licenziamento, viene lasciato inalterato l’impianto del D. Lgs. 23/15, che regola le risoluzioni dei contratti degli assunti dopo il 7 marzo 2015, confermando la assoluta residualità del ripristino del rapporto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo (la famosa reintegrazione) e limitandosi a modeste correzioni solo sull’ammontare dell’indennizzo (nei minimi e nei massimi) in caso di accertata illegittimità del licenziamento. Va ricordato che si tratta di un indennizzo “automatico” di due mensilità per ogni anno di servizio (peraltro dimezzato se il datore di lavoro fa un’offerta di conciliazione nel termine di 60 giorni dall’impugnazione).

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LAVORO E DIGNITA': UNA PRIMA INVERSIONE DI TENDENZA?

Silvana Lamacchia
Enzo Martino

Le norme in materia di lavoro contenute nel decreto legge cosiddetto “Dignità”, approvato dal Consiglio dei Ministri il 2 luglio, costituiscono un primo, timido passo diretto a contrastare la precarietà nonché a rafforzare le tutele in materia di licenziamenti illegittimi.

Iniziamo dalle misure introdotte in materia di contratti a tempo determinato.
Com'è noto, con il decreto legge 20 marzo 2014 n. 34 , convertito in legge 16 maggio 2014 n. 78 (il famigerato “decreto Poletti” dal nome dell'allora Ministro del lavoro), il governo Renzi aveva del tutto abolito le “causali” previste per giustificare l'apposizione del termine al contratto di lavoro. A presidio della natura temporanea, che dovrebbe ontologicamente connotare il contratto di lavoro a temine, rimanevano solo due limiti: - quello massimo di durata, fissato in 36 mesi e peraltro allungabile dalla contrattazione collettiva; - quello numerico del 20% rispetto agli assunti a tempo indeterminato, anch'esso ricco di possibili numerose deroghe.

Il decreto Poletti fu presentato come un intervento temporaneo, destinato ad essere rivisto con l'introduzione del cosiddetto contratto “a tutele crescenti”, ma non andò così perché, nonostante l'approvazione del “Jobs Act”, la liberalizzazione dei contratti a tempo determinato rimase nel nostro ordinamento ed anzi la relativa disciplina fu addirittura ulteriormente peggiorata con il decreto legislativo n. 81/2015, il quale stabilì tra l'altro che la violazione del tetto numerico non comportava la conversione del contratto a tempo indeterminato.
Il risultato inevitabile è stato che, esauritosi l'effetto “dopante” degli incentivi previsti nella finanziaria 2014 per i contratti a tempo indeterminato, le assunzioni a termine sono progressivamente aumentate, sino a raggiungere una percentuale superiore al 90% di quelle totali: una esplosione clamorosa, dunque, del lavoro precario, che il Governo Renzi, almeno a parole, si era impegnato a contrastare.

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