Interventi

Corte Costituzionale - Sentenza n. 248/2018

Commento di                           Esperto di precariato pubblico e contratti a termine

La Corte costituzionale interviene sulla sanzione in caso utilizzo abusivo dei contratti a tempo determinato da parte della Pubblica amministrazione.
Più ombre che luci sulla sentenza del Giudice delle leggi che lascia ancora aperti tanti interrogativi.

Alla luce della sentenza “natalizia” della Corte costituzionale in materia di precariato pubblico, ritengo opportuno fornire il mio punto vista ed una “diversa” lettura rispetto a quella che in prima battuta si potrebbe dare alla sentenza.
La Corte costituzionale il 27/12/2018 ha depositato la sentenza n. 248 intervenendo (definitivamente?) sulla adeguatezza delle misure preventive e sanzionatorie presenti nell’ordinamento italiano ed in grado di prevenire e sanzionare debitamente l’abuso dei contratti a termine da parte della pubblica amministrazione, anche alla luce della giurisprudenza comunitaria.
Ci si attendeva dal Giudice delle leggi una sentenza di sistema, una sentenza in grado di interpretare in modo chiaro ed inequivocabile il quadro normativo in essere, secondo una interpretazione costituzionalmente e comunitariamente orientata. Purtroppo non è stato così.
La Corte costituzionale con la sentenza n. 248/2018 ha lasciato irrisolti molti dubbi sulla reale adeguatezza delle misure interne destinate a prevenire e sanzionare gli abusi da parte della Pubblica amministrazione.

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Corte Costituzionale Sentenza n. 194/2018

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 7, lettera c), della legge 10dicembre 2014, n. 183 (Deleghe al Governo in materia di riforma degli ammortizzatorisociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordinodella disciplina dei rapporti di lavoro e dell’attività ispettiva e di tutela e conciliazionedelle esigenze di cura, di vita e di lavoro) e degli artt. 2, 3 e 4 del decreto legislativo 4marzo 2015, n. 23 (Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminatoa tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183), promosso dalTribunale ordinario di Roma, terza sezione lavoro, nel procedimento vertente traFrancesca Santoro e Settimo senso s.r.l., con ordinanza del 26 luglio 2017, iscritta al n.195 del registro ordinanze 2017 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblican. 3, prima serie speciale, dell’anno 2018.

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Ordinanza del Tribunale di Bari - Sezione lavoro

Commento di  

Il Tribunale di Bari, con ordinanza del 11 ottobre ha deciso il caso di un licenziamento collettivo intimato ad un lavoratore in regime di Jobs Act . Il Giudice ha ritenuto di applicare i principi enunciati dalla Corte Costituzionale come desumibili dal comunicato ufficiale del 26.9.2018, nonostante la sentenza non sia stata ancora pubblicata, attraverso una originale lettura costituzionalmente orientata dell’art. 3 D.Lgs. 23/2015. Il Tribunale ha così condannato la società al pagamento di dodici mensilità dell’ultima retribuzione (in luogo delle quattro che sarebbero spettate secondo le tutele crescenti come disciplinate dalla norma ritenuta incostituzionale), utilizzando come riferimento quello indicato dalla norma (da 4 a 24 mensilità) tenendo in considerazione la gravità della violazione di legge (omessa comunicazione delle modalità di applicazione dei criteri legali di scelta e mancata comparazione tra i lavoratori), dell’anzianità del lavoratore (modesta) e delle dimensioni dell’azienda (ridotte).

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Il contributo della Cgil nel contrasto al Jobs Act

di 

Responsabile Ufficio Giuridico CGIL Nazionale

Il criterio di calcolo del risarcimento del lavoratore previsto dal jobs act in caso di licenziamento illegittimo è contrario ai principi previsti dagli artt. 4 e 35 della Carta fondamentale: la Consulta, con quella che a ragione può davvero considerarsi una decisione storica, boccia quindi sonoramente un pezzo importantissimo delle cd. “tutele crescenti”. Una sentenza storica perché arresta un riflusso – appunto - storico frutto delle riforme recessive che il diritto del lavoro ha subito nell’ultimo ventennio e che si è concluso con la madre di tutte le controriforme, cioè il cosiddetto “jobs act”, la ciliegina sulla torta che ha voluto modificare il codice genetico dell’intera disciplina giuslavoristica. Il mutamento (che si voleva) definitivo ha trovato nel decreto 23/2015 (sulle cosiddette “tutele crescenti” e l’abrogazione dell’articolo 18 per i neoassunti dal 7 marzo 2015) la sua degna conclusione.
Merito della Cgil, che invano aveva tentato di abrogare per via referendaria il decreto 23 ed affermare così i principi indicati nella sua “Carta dei diritti” (tuttora pendente come ddl di iniziativa popolare in Parlamento), aver insistito – dal punto di vista vertenziale-legale - nella ricerca di casi concreti da portare di fronte alla Corte costituzionale.

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