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Il caso “GKN”: il collettivo di fabbrica dei lavoratori GKN ed il futuro industriale italiano

di Silvia Ventura

La chiusura dello stabilimento produttivo di GKN Driveline Firenze S.p.a. - oggi in liquidazione – di Campi Bisenzio (società che produce semiassi automobilistici in via pressoché esclusiva per la committenza italiana di Stellantis e dunque pienamente inserita nel settore industriale dell’Automotive) è stata annunciata lo scorso luglio dalla proprietà (il fondo di investimento Melrose), con contestuale avvio della procedura di licenziamento collettivo di 422 lavoratori.

La vicenda ha sin da subito assunto i contorni di una vera e propria questione nazionale e ciò solo ed esclusivamente grazie al tempestivo ed organizzato intervento del collettivo di fabbrica dei lavoratori GKN.

I lavoratori, al motto di “INSORGIAMO”, hanno infatti evitato che la chiusura dello stabilimento e la relativa procedura di licenziamento collettivo si consumassero in silenzio e nel disinteresse generale della classe politica e della comunità. Ciò è stato possibile grazie ad una vera e propria mobilitazione organizzata che ha dapprima fisicamente impedito lo svuotamento della fabbrica ad opera della proprietà, ha poi raccolto intorno a sé la solidarietà cittadina e delle sue realtà politiche e sociali ed ha connesso la propria lotta alle lotte già attive in altre e diverse vertenze che occupano ormai da tempo il MISE. Hanno così costretto la politica ad interrogarsi, a prendere posizione o comunque, laddove prevalesse un miope disinteresse circa le sorti dello stabilimento, a mostrarsi agli occhi della cittadinanza responsabile delle proprie mancate scelte.

Deve essere chiaro che non si tratta di una questione che riguarda solamente i lavoratori investiti dall’annunciata chiusura, non si tratta solo dei loro stipendi, del loro futuro e del loro specifico posto di lavoro. Si tratta di una questione politica nazionale, perché è emblematica di quel che si vuole sia il futuro economico e produttivo di questo Paese. Non intervenire oggi significa arrendersi al dato di fatto ormai evidente a tutti, ossia che non vi è alcun progetto politico - economico e industriale a livello nazionale.

I lavoratori, ben prima di tutti gli altri, hanno infatti capito che è necessario intervenire affinché l’Italia non diventi nel giro di qualche anno un territorio impoverito, orfano delle proprie storiche attività industriali e conseguentemente preda, ancor più di oggi, di interventi speculativi nostrani ed esteri.

Hanno capito, e questo è un concetto che va stabilito con forza, che quel che molte aziende vengono a fare in Italia non è investire, bensì speculare.

Così si smontano le giustificazioni ormai sempre uguali a sé stesse che vedono nell’imposizione di limiti alle imprese un ostacolo agli investimenti. Gli investimenti, per definizione stessa, sono interventi che arricchiscono un territorio, nel rispetto della dignità umana e dei lavoratori, della tutela ambientale, dell’utilità sociale. Tutto ciò che si pone in contrasto con tali finalità non può che essere definito in termini speculativi, dunque negativi e dunque non meritevoli di tutela da parte dell’ordinamento.

Per quanto Confindustria, in buona compagnia, inorridisca alla parola “limiti”, è esattamente entro i limiti costituzionali che può svolgersi l’iniziativa economica privata.

I lavoratori della GKN ci ricordano dunque un principio fondamentale del nostro ordinamento: una gestione imprenditoriale che si ponga in contrasto con l’utilità sociale, che si voti al depauperamento del territorio, delle risorse, degli strumenti, delle conoscenze e specificità dei lavoratori impiegati nel tessuto produttivo italiano, deve essere ostacolata e dissuasa, certamente non incentivata.

Ad oggi quel che sappiamo è che la procedura di licenziamento collettivo avviata lo scorso nove luglio è stata revocata per effetto del decreto del Tribunale di Firenze il quale, pronunciatosi sull’azione proposta ex art. 28 dello Statuto dei Lavoratori dalla FIOM, ha accertato che la Società ha agito in spregio degli obblighi informativi previsti dal CCNL Metalmeccanici e dagli accordi aziendali ottenuti sempre grazie ai lavoratori ed ai loro scioperi.

Si apre quindi uno spazio per la politica di intervenire qualora ne abbia l’intenzione.

Quel che qui preme evidenziare non è tanto la storia che tutti ormai conosciamo sulla natura del fondo di investimento Melrose, sui problemi della c.d. finanziarizzazione dell’economia e sulle vicende giudiziarie che hanno già interessato il tentativo di chiusura del sito produttivo della provincia fiorentina, quanto il metodo innovativo e sostanzialmente democratico con cui si sono mossi i lavoratori della GKN.

Si sono rivolti ai professionisti che, in diversi campi, forti della solidarietà e della piena condivisione delle ragioni della lotta condotta dai lavoratori, potessero supportarli nel perseguimento dei loro obiettivi.

Hanno così letteralmente lanciato un appello al mondo dei “giuristi solidali”, chiamati di fatto a tradurre in termini giuridici le loro richieste politiche e sindacali, richieste di portata collettiva e nazionale: evitare che aziende perfettamente sane o che abbiano ricevuto finanziamenti pubblici, possano chiudere, licenziare e magari trasferire la produzione in altri luoghi e Paesi.

All’appello hanno risposto la nostra Associazione Comma2, unitamente ai Giuristi Democratici e gli avvocati del Telefono Rosso di Potere al Popolo: si sono dunque messi al servizio del collettivo di fabbrica dei lavoratori GKN, mettendo a disposizione le proprie competenze e fornendo appoggio e soluzioni.

Lo hanno fatto anzitutto partecipando ad una assemblea appositamente chiamata davanti ai cancelli della fabbrica lo scorso ventisei agosto. Partecipare ha significato anzitutto ascoltare le richieste dei lavoratori ed iniziare a discutere e valutare proposte legislative rispondendo alle domande degli stessi. Si sono così delineate le direttrici perseguibili giuridicamente, pur rimanendo entro i confini degli ordinamenti nazionale ed euro-unitario, al fine di contrastare il fenomeno dello smantellamento del tessuto produttivo ed occupazionale italiano e delle delocalizzazioni aziendali.

All’esito dell’assemblea sono stati stilati e sottoposti ai lavoratori otto punti programmatici poi confluiti in un appello sottoposto prima ai giuristi e poi alla società civile.

Nel testo dell’appello si evidenzia che pratiche come quelle condotte dalla GKN non costituiscono in effetti libero esercizio dell’iniziativa economica privata, rivelandosi contrarie al diritto al lavoro tutelato dall’art. 4 della Costituzione ed alla necessità che l’attività di impresa si svolga nel rispetto dell’art. 41 della Costituzione e dunque senza ledere la dignità dei lavoratori o porsi in contrasto con l’utilità sociale.

Hanno chiarito che le bozze di decreto governative circolate proprio per “rispondere” alle istanze dei lavoratori GKN, non fossero né sufficienti, né condivisibili. In poche parole del tutto inefficaci a perseguire gli scopi prefissati, ossia la tutela del tessuto produttivo e occupazionale nazionale. La bozza non prevede infatti alcun apparato sanzionatorio e di fatto non limita in alcuna maniera pratiche aziendali come quella condotta dalla multinazionale Melrose.

Sono stati pertanto stilati i seguenti otto punti programmatici cui dovrebbe ispirarsi un intervento normativo che risponda ai suddetti fini in maniera effettiva ed efficace:

1-A fronte di condizioni oggettive e controllabili l’autorità pubblica deve essere legittimata a non autorizzare l’avvio della procedura di licenziamento collettivo da parte delle imprese.

2-L’impresa che intenda chiudere un sito produttivo deve informare preventivamente l’autorità pubblica e le rappresentanze dei lavoratori presenti in azienda e nelle eventuali aziende dell’indotto, nonché le rispettive organizzazioni sindacali e quelle più rappresentative di settore.

3- L’informazione deve permettere un controllo sulla reale situazione patrimoniale ed economico-finanziaria dell’azienda, al fine di valutare la possibilità di una soluzione alternativa alla chiusura.

4- La soluzione alternativa viene definita in un Piano che garantisca la continuità dell’attività produttiva e dell’occupazione di tutti i lavoratori coinvolti presso quell’azienda, compresi i lavoratori eventualmente occupati nell’indotto e nelle attività esternalizzate.

5- Il Piano viene approvato dall’autorità pubblica, con il parere positivo vincolante della maggioranza dei lavoratori coinvolti, espressa attraverso le proprie rappresentanze. L’autorità pubblica garantisce e controlla il rispetto del Piano da parte dell’impresa.

6- Nessuna procedura di licenziamento può essere avviata prima dell’attuazione del Piano.

7- L’eventuale cessione dell’azienda deve prevedere un diritto di prelazione da parte dello Stato e di cooperative di lavoratori impiegati presso l’azienda anche con il supporto economico, incentivi ed agevolazioni da parte dello Stato e delle istituzioni locali. In tutte le ipotesi di cessione deve essere garantita la continuità produttiva dell’azienda, la piena occupazione di lavoratrici e lavoratori e il mantenimento dei trattamenti economico-normativi. Nelle ipotesi in cui le cessioni non siano a favore dello Stato o della cooperativa deve essere previsto un controllo pubblico sulla solvibilità dei cessionari.

8- Il mancato rispetto da parte dell’azienda delle procedure sopra descritte comporta l’illegittimità dei licenziamenti ed integra un’ipotesi di condotta antisindacale ai sensi dell’art. 28 l. 300/19701

L’ultimo contributo dei giuristi che hanno risposto alle richieste dei lavoratori è consistito nella formulazione di una articolata e completa proposta di legge che si fondasse sui suddetti otto punti, anch’essa consegnata ai lavoratori, liberi di interpellare il mondo politico affinché dimostri di voler prendere una posizione netta in relazione alle istanze proposte.

Nell’attesa e nella speranza che gli impegni profusi possano tradursi in atti politici concreti, non resta che evidenziare da un lato la pochezza di una classe dirigente priva di una prospettiva di lungo termine in campo di programmazione economica e dall’altro la preziosa necessità che sempre di più i lavoratori si organizzino e producano quel conflitto che in passato ha permesso il raggiungimento di importanti obiettivi nella legislazione italiana, nel solco dell’attuazione dei principi costituzionali.

1 rinviando per le considerazioni tecniche al sito: https://www.change.org/p/fermiamo-le-delocalizzazioni-e-lo-smantellamento-del-tessuto-produttivo?utm_content=cl_sharecopy_30589993_it-IT%3A6&recruiter=1193374896&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink&utm_campaign=share_petition

 

 

 

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