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È possibile porre un freno alla deriva che sta mettendo a dura prova i diritti dei lavoratori?

È possibile ricominciare a pensare a un diritto del lavoro diseguale, come quello che i legislatori
del 1970 avevano pensato per i lavoratori di allora ?

È possibile pensare nuovamente a un diritto del lavoro che abbia come primo obiettivo quello di ridurre le diseguaglianze tra datori di lavoro e lavoratori ?
Noi pensiamo che si possa.
Anzi, pensiamo che si debba.
In questi anni ci hanno fornito spiegazioni dai toni apocalittici per giustificare la riduzione di tutele dei lavoratori (dalla fuga dei capitali stranieri alla dissoluzione del tessuto produttivo del paese).Solo sacrificando i lavoratori si poteva sperare di restare in Europa, alla pari con gli altri paesi, e solo riducendo le garanzie si poteva salvare l’economia nazionale.
La realtà ha dimostrato che nei fatti le cose non stavano e non stanno così. Per di più la riduzione delle tutele ha raggiunto livelli che la stessa UE ritiene non accettabili.La sanzione per un licenziamento totalmente ingiustificato è di ridottissimo impatto per le imprese, ma è soprattutto inefficace per risarcire il gravissimo pregiudizio determinato dalla perdita incolpevole del posto di lavoro.

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Ordinanza del Tribunale di Bari - Sezione lavoro

Commento di  

Il Tribunale di Bari, con ordinanza del 11 ottobre ha deciso il caso di un licenziamento collettivo intimato ad un lavoratore in regime di Jobs Act . Il Giudice ha ritenuto di applicare i principi enunciati dalla Corte Costituzionale come desumibili dal comunicato ufficiale del 26.9.2018, nonostante la sentenza non sia stata ancora pubblicata, attraverso una originale lettura costituzionalmente orientata dell’art. 3 D.Lgs. 23/2015. Il Tribunale ha così condannato la società al pagamento di dodici mensilità dell’ultima retribuzione (in luogo delle quattro che sarebbero spettate secondo le tutele crescenti come disciplinate dalla norma ritenuta incostituzionale), utilizzando come riferimento quello indicato dalla norma (da 4 a 24 mensilità) tenendo in considerazione la gravità della violazione di legge (omessa comunicazione delle modalità di applicazione dei criteri legali di scelta e mancata comparazione tra i lavoratori), dell’anzianità del lavoratore (modesta) e delle dimensioni dell’azienda (ridotte).

Il documento integrale è scaricabile cliccando sul seguente link: << Download File .pdf >>


 

Il contributo della Cgil nel contrasto al Jobs Act

di 

Responsabile Ufficio Giuridico CGIL Nazionale

Il criterio di calcolo del risarcimento del lavoratore previsto dal jobs act in caso di licenziamento illegittimo è contrario ai principi previsti dagli artt. 4 e 35 della Carta fondamentale: la Consulta, con quella che a ragione può davvero considerarsi una decisione storica, boccia quindi sonoramente un pezzo importantissimo delle cd. “tutele crescenti”. Una sentenza storica perché arresta un riflusso – appunto - storico frutto delle riforme recessive che il diritto del lavoro ha subito nell’ultimo ventennio e che si è concluso con la madre di tutte le controriforme, cioè il cosiddetto “jobs act”, la ciliegina sulla torta che ha voluto modificare il codice genetico dell’intera disciplina giuslavoristica. Il mutamento (che si voleva) definitivo ha trovato nel decreto 23/2015 (sulle cosiddette “tutele crescenti” e l’abrogazione dell’articolo 18 per i neoassunti dal 7 marzo 2015) la sua degna conclusione.
Merito della Cgil, che invano aveva tentato di abrogare per via referendaria il decreto 23 ed affermare così i principi indicati nella sua “Carta dei diritti” (tuttora pendente come ddl di iniziativa popolare in Parlamento), aver insistito – dal punto di vista vertenziale-legale - nella ricerca di casi concreti da portare di fronte alla Corte costituzionale.

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La Corte costituzionale riapre la partita sulla questione dei licenziamenti

di 

La Consulta si è finalmente pronunciata sulla legittimità della disciplina dei licenziamenti introdotta dal JobsAct nel 2015. Secondo la Corte costituzionale l’art.3, comma 1, del dlgs n.23/2015 è illegittimo “nella parte che predetermina in modo rigido l’indennità spettante al lavoratore licenziato senza giusta causa o giustificato motivo”. In particolare “la previsione di un’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore è, secondo la Corte, contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela sanciti dagli articoli 4 e 35 della Costituzione”. Così recita lo scarno comunicato dell’Ufficio stampa della stessa Corte costituzionale del 26 settembre 2018. Si tratta di una decisione di grande portata.

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