É compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica economica e sociale del Paese. 
(Art. 3, comma 2, Cost.)

È possibile ricominciare a pensare a un diritto del lavoro diseguale, come quello che i legislatori del 1970 avevano pensato per i lavoratori di allora?

È possibile pensare nuovamente a un diritto del lavoro che abbia come primo obiettivo quello di ridurre le diseguaglianze tra datori di lavoro e lavoratori e tra i lavoratori stessi?

Noi pensiamo che si possa.
Anzi, pensiamo che si debba.

Chi siamo.
Comma2 nasce nel giugno 2017 dall’idea di riunirsi al capezzale del diritto del lavoro per confrontarsi sulle cure necessarie per rivitalizzarlo. Lo scopo della nostra associazione infatti è quello di restituire dignità al lavoro - dignità fortemente messa in discussione dalla legislazione dell'ultimo ventennio - non solo nella sua forma “stabile” ma anche nelle tante forme di lavoro autonomo e/o precario.
Il nome che abbiamo scelto evoca i valori di libertà, dignità umana, eguaglianza sostanziale sanciti nel secondo comma degli articoli 3 e 41 della Costituzione, valori ripresi nel nostro Statuto.

I primi risultati delle nostre iniziative.
In questi anni la nostra Associazione ha operato su più fronti.
Ha tentato di costruire un rapporto con partiti ed associazioni sindacali presentando le proprie proposte, e nostri rappresentanti sono stati sentiti in molteplici audizioni parlamentari sia alla Camera che al Senato.
Inoltre, molti nostri associati sono stati tra i protagonisti di importanti battaglie giudiziarie, nei Tribunali e nella Corti d'appello di tutto il Paese, ma anche avanti la Corte Costituzionale e la Corte di Cassazione, portando a risultati significativi in tema di licenziamenti, contrasto alla precarietà ed in genere di tutela dei diritti dei lavoratori.

Sul nostro sito sono stati ospitati contributi importanti di insigni studiosi e, nella sua Area riservata, grazie al generoso apporto di moltissimi nostri soci, abbiamo creato un utilissimo archivio di giurisprudenza innovativa e di atti giudiziari non altrimenti reperibili.
La nostra mailing list ha rappresentato un importante strumento di confronto interno e di scambio di informazioni ed esperienze.

Le prospettive.
Non c'è dubbio che, dal momento della nostra nascita, si sia assistito ad una sia pur timida inversione di tendenza anche della legislazione in materia di lavoro, che, con il contributo 
importante della Corte Costituzionale, ha portato un parziale smantellamento dell'impianto del Jobs Act.
Questi risultati positivi però non bastano ancora, in quanto i nostri obiettivi  fondamentali sono ben lontani dall'essere stati raggiunti.
La reintegrazione nel posto di lavoro del lavoratore illegittimamente licenziato, unica misura tale da rendere effettiva ogni altra tutela, non è stata infatti riproposta al centro del sistema, che resta fondamentalmente incentrato su misure meramente indennitarie, sia pure meno irrisorie di quelle originariamente previste dal Jobs Act del Governo Renzi.

La totale gratuità del processo del lavoro non è stata ripristinata dal legislatore, nonostante l'impegno della nostra associazione e nonostante la sentenza della Corte costituzionale n. 77/2018.

Pertanto non intendiamo demordere, in particolare in questo difficile periodo nel quale la pandemia ci ha drammaticamente 
dimostrato che è quanto mai necessario un sistema universalistico di tutele per i più deboli ed i più esposti.
La situazione nell'ultimo anno non è precipitata soltanto grazie ad alcune coraggiose misure adottate dal Governo, quali la generalizzazione della CIG ed il blocco dei licenziamenti economici, ma ciò non ha potuto impedire che, come sempre, i primi a pagare siano stati i precari ed i meno tutelati.
In un'epoca di grandi e rapidissimi mutamenti, si avverte in misura ancora maggiore la necessità di condurre la battaglia, politica e culturale, per cui è nata Comma2.

Confidiamo che continuino ad aderire alla nostra Associazione non solo avvocati, ma anche docenti (universitari e non), giornalisti, ex magistrati, sindacalisti, operai, impiegati, quadri, pensionati, studenti, disoccupati, inoccupati, cittadini comuni che abbiano a cuore gli scopi sociali e intendano impegnarsi nel perseguirli.


BACHECA



CORTE COSTITUZIONALE

Sentenza della Corte Costituzionale del 22.7.2022 n. 183

PUBBLICHIAMO LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE  N. 183 DEL 22 LUGLIO 2022, NELLA QUALE  SI DA' ATTO DELLE OSSERVAZIONI DEPOSITATE DALLA NOSTRA ASSOCIAZIONE COMMA2 - LAVORO E' DIGNITA', con il video dell'udienza di  discussione del 7 giugno scorso


Comunicato Corte Cost. 22 luglio 22 su piccole imprese

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Pronuncia_183_2022
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Video

AUDIZIONE CAMERA DEI DEPUTATI

Roma, 03 novembre 2021

AUDIZIONE INFORMALE PRESSO XI COMMISSIONE (LAVORO PUBBLICO E PRIVATO) SU C.2282 E ABB. DISPOSIZIONI IN MATERIA DI LAVORO AGILE E DI LAVORO A DISTANZA 

Camera dei deputati - Registrazione video.

In rappresentanza dell'Associazione Comma2:
avv. Bruno Del Vecchio.

MEMORIA AUDIZIONE
Autore:  avv. Bruno Del Vecchio.
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AUDIZIONE CAMERA DEI DEPUTATI

Roma, 04 febbraio 2021

AUDIZIONE INFORMALE PRESSO XI COMMISSIONE (LAVORO PUBBLICO E PRIVATO) NELL’AMBITO DELL’ESAME, IN SEDE CONSULTIVA, DELLA PROPOSTA DI
PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA (DOC. XVII, N. 18)

Camera dei deputati - Registrazione video.

In rappresentanza dell'Associazione Comma2:
avv. Pierluigi Panici, prof. avv. Piergiovanni Alleva.

TESTO DELL'INTERVENTO
Autore: prof. avv. Piergiovanni Alleva.
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AUDIZIONE SENATO

Martedì 11 maggio 2021

Commissione Lavoro, previdenza sociale - Ufficio di Presidenza

Parità di retribuzione tra uomini e donne

Audizioni in videoconferenza di esperti e di rappresentanti di Unilavoro e Federdistribuzione sull'Atto comunitario COM(2021) 93 def (Proposta di direttiva del Parlamento europeo su principio della parità di retribuzione tra uomini e donne sul lavoro attraverso la trasparenza delle retribuzioni e meccanismi esecutivi)

Audizione della Prof.ssa Donata Gottardi  quale esperta designata dell’associazione Comma2.

LINK VIDEO (webtv.senato.it)

AUDIZIONE SENATO

Martedì 11 maggio 2021

Commissioni riunite 7a e 11a - Ufficio di Presidenza
Statuto delle arti e dei lavoratori nel settore della cultura

Audizioni (in videoconferenza) sui ddl nn. 2039-2090 e 2127 (Statuto delle arti e dei lavoratori nel settore della cultura)

 ore 12.30: Associazione Comma 2

In rappresentanza dell’associazione Comma2
Avv. Francesco Andretta

LINK VIDEO (webtv.senato.it)

AUDIZIONE SENATO

Martedì 20 ottobre 2020
 
Commissione Lavoro, previdenza sociale - Ufficio di Presidenza

Audizioni sul ddl 1338
(Delega semplificazione e codificazione in materia di lavoro): rappresentanti di ADAPT; h 17 rappresentanti dell'Associazione Comma 2

LINK VIDEO (webtv.senato.it)

AUDIZIONE SENATO

Martedì, 12 gennaio 2021 
 

Commissione Lavoro, previdenza sociale - Ufficio di Presidenza
Salari minimi adeguati nell'Unione europea
Audizioni, in videoconferenza, sulla Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa a salari minimi adeguati nell'Unione europea (COM(2020) 682 def) dei professori Piergiovanni Alleva, Marco Barbieri, Vincenzo Bavaro, Maurizio Del Conte, Marta Fana, Federico Martelloni, del dott. Giancarlo D'Andrea e dell'avv. Enzo Martino

LINK VIDEO (webtv.senato.it)

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Comunicato di Comma2 sui fatti di Piacenza

Com’è noto martedì 19 luglio 2022, all’alba, sono stati arrestati il coordinatore nazionale del SI Cobas e tre dirigenti piacentini della stessa organizzazione, oltre a due dirigenti dell’Usb: tutti, attualmente, ai domiciliari. Altri due sindacalisti indagati hanno ricevuto l’obbligo di firma e il divieto di dimora a Piacenza.

 Il 3 agosto si è tenuta a Bologna l’udienza per il Riesame sulla richiesta di libertà avanzata da tutti gli indagati.

Invero la maggior parte delle accuse (alcune, relative a condotte finalizzate a vantaggi personali, se accertate, non possono trovare giustificazione) sembrano riferirsi all’attività tipica  - quantomeno nella sua esperienza storica, anche a livello internazionale -  di un’organizzazione sindacale, quale aver alimentato “il conflitto all’interno dei magazzini, provocando scontri con la parte datoriale, con la cooperativa che appaltava la manodopera (…) così alimentando il proprio potere e, usciti vittoriosi dal conflitto, ottenendo l’affiliazione all’associazione di più lavoratori, assicurandosi i proventi di tessere e conciliazioni”.

Gli imputati sono accusati di creare ad arte o alimentare “situazioni di conflitto con la parte datoriale prendendo a pretesto ogni normale e banale problematica di lavoro risolvibile tramite fisiologici rapporti datore di lavoro/lavoratori” per fare picchetti (“illegali”) all’esterno degli stabilimenti interessati, per impedire ai mezzi di entrare e di uscire “anche occasionando scontri con le forze dell’ordine”, occupando la sede stradale, ponendo in essere azioni di “sabotaggio” (azionando l’interruttore di emergenza per interrompere l’azione dei macchinari), istigando i lavoratori a “forme di lotta sindacali illecite” (rallentamento dell’attività lavorativa; uso distorto e illegale della malattia). Le conseguenze di tali forme di lotta subite dai datori di lavoro sarebbero continue concessioni (“anche indebite contrattualmente”) approdate anche in conciliazioni che hanno garantito ai lavoratori “ricche buonuscite” e ai sindacati stessi il relativo contributo (a tale ultimo proposito si osserva che una conciliazione nulla per errore violenza o dolo può sempre essere impugnata…).

Le tipologie di reato ipotizzate sono violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale, interruzione di pubblico servizio, sabotaggio, “ed altri”, ritenendo la Procura che “Ogni reato commesso, ogni blocco di persone e merci, ogni interruzione di pubblico servizio o boicottaggio, ogni conflitto fisico con le forze di polizia è stato pianificato, cercato e voluto dagli indagati che hanno agito sempre nella convinzione di poter lucrare posizioni di privilegio, quasi una sorta di immunità dietro l’esercizio del diritto di sciopero”.

Ora, senza voler semplificare sette anni di indagini e un provvedimento di 350 pagine, non può negarsi un certo sconcerto a leggere che vengono considerati “estorsivi” intenti finalizzati “a ottenere per i lavoratori condizioni di miglior favore rispetto a quanto previsto dal contratto nazionale”, essendo esperienza sindacale diffusa che ciò accada  ove  vi siano condizioni per ottenere, ad esempio, contratti integrativi più favorevoli; così come duole che lo sciopero, che è un diritto costituzionale di ciascun lavoratore, assuma un rilievo penale (un ricatto contro l’azienda) in ragione delle modalità con cui viene attuato e/o che venga “criminalizzata” l’attività di  tesseramento e proselitismo sindacale che trova riconoscimento, oltre che nella Costituzione, nell’art. 26 dello Statuto dei Lavoratori e il tentativo di conquistare una maggior rappresentatività dentro l’azienda (salvo che la dialettica tra sigle sindacali differenti non assuma vere e comprovate caratteristiche delinquenziali).

Non possiamo non evidenziare, anche a prescindere dal caso giudiziario specifico, il modo in cui vengono nei fatti descritti elementi consueti della libera iniziativa sindacale (scioperi, picchetti, esercizio del potere di coalizione, trattenute sindacali) e obiettivi (proselitismo, miglioramento delle condizioni di lavoro) che pongono una questione che riguarda tutto il mondo giuridico, sindacale, politico che tiene ai lavoratori, in particolar modo in un settore – qual è quello della logistica - caratterizzato spesso da sfruttamento e lavoro povero.

4 agosto 2022


Il direttivo di
Comma2 – Lavoro è Dignità

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Brevi riflessioni sulla sentenza della Corte costituzionale del 22 luglio 2022 n. 183

di Alberto Piccinini
Articolo pubblicato in contemporanea sul quotidiano il manifesto.

La sentenza della Corte costituzionale n. 183/2022, depositata il 22 luglio 2022, affronta la problematica della legittimità costituzionale della norma del Jobs Act (art. 9 del d.lgs. n. 23/2015) che prevede, in caso di licenziamento illegittimo di un datore di lavoro con meno di 16 dipendenti, solo un indennizzo economico da 3 a 6 mensilità, mentre per dimensioni superiori, l’indennizzo è da 6 a 36 mensilità. In particolare, la Corte è stata chiamata dal Tribunale di Roma a valutare da un lato se tale (unico) requisito sia ancora determinante per individuare le reali dimensioni di un’impresa, e dall’altro se lo “scarto” tra quel minimo e quel massimo consente al giudice di applicare al caso concreto una sanzione adeguata e dissuasiva.

La Corte ha dichiarato inammissibile la questione, ma con motivazioni che meritano di essere evidenziate, anche per il monito che recano per il legislatore.

In passato (nel secolo scorso) la Corte aveva ripetutamente respinto analoghe questioni di costituzionalità sul simile regime differenziato previsto dallo Statuto dei Lavoratori.

Rispetto a tali decisioni la Corte riconosce che “L’assetto delineato dal d.lgs. n. 23 del 2015 è profondamente mutato rispetto a quello analizzato dalle più risalenti pronunce di questa Corte. La reintegrazione è stata circoscritta entro ipotesi tassative per tutti i datori di lavoro e le dimensioni dell’impresa non assurgono a criterio discretivo tra l’applicazione della più incisiva tutela reale e la concessione del solo ristoro pecuniario.”

In parole povere, se prima un licenziamento ingiustificato “sopra i 15” portava sempre alla reintegrazione (tutela reale) ora non è più così e quindi, se oggi la regola è tendenzialmente la tutela monetaria, “la specificità delle piccole realtà organizzative, che pure permane nell’attuale sistema economico, non può giustificare un sacrificio sproporzionato del diritto del lavoratore di conseguire un congruo ristoro del pregiudizio sofferto.”

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Disconnesione: Tra formalità e materialità delle regole in materia di lavoro

di Savino Balzano
Articolo articolo estratto da Politica.eu. Rivista telematica interdisciplinare.
Numero speciale 2022. Il diritto alla disconnessione tra teoria e prassi.

Abstract:: the article aims to open a reflection on the right to disconnect. The thesis is based on the assumption that a mere prescription is not a sufficient condition for the law to be effective. It becomes necessary to reflect on the best conditions for the right to be effectively «material» and not merely «formal». The current regulatory framework, characterized by a much less protective Labour law than in the past, does not seem to favour this ambition, as does the excessive us of smart working.

1. Disconnessione: una domanda preliminare

A pensarci bene appare quasi paradossale la necessità di approfondire il tema di uno specifico diritto alla disconnessione, ovvero del «diritto del lavoratore alla irreperibilità» oltre l’orario di lavoro. Per il manovale non è mica previsto un diritto ad hoc a staccarsi dal cacciavite o dal martello a fine turno, così come non è espressamente presente nell’ordinamento una prescrizione che riconosca al medico il diritto di lasciare andare lo stetoscopio alla fine del servizio. Eppure diventa sempre più cogente il bisogno di introdurre un apparato normativo completo a protezione delle lavoratrici e dei lavoratori, le cui attività si prestino particolarmente al rischio speculare di «iperconnessione».
Vengono alla mente le parole di Luigi Mariucci: «Io domando sempre ai miei studenti perché mai nel 1970, ventidue anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione, che aveva già perfettamente dichiarato la serie dei diritti civili, politici, di libertà, ecc., c’è bisogno di fare una legge in cui c’è scritto che i lavoratori ...

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Tra “PIRATI” E “CORSARI” L'arrembaggio ai salari

di Enzo Martino
Articolo pubblicato in contemporanea con Volere la Luna.

                In Italia sono stati censiti dal CNEL oltre 900 contratti nazionali di lavoro. Molti di questi contratti sono tuttavia sottoscritti da associazioni sindacali non rappresentative o addirittura “di comodo” (cioè costituite con la connivenza dei datori di lavoro), che hanno come finalità principale quella di ridurre le retribuzioni dei lavoratori. Dumping salariale, quindi, che danneggia anzitutto i lavoratori, ma che nuoce anche alle aziende più serie, in termini di concorrenza sleale.
                Questi accordi sindacali sottoscritti da associazioni non rappresentative sono tradizionalmente definiti come contratti “pirata”.
                Ma ormai da anni si sta affermando un altro e diverso fenomeno, ben più insidioso e più difficile da affrontare, sia sul piano politico che su quello giudiziario: quello dei contratti che, pure essendo stipulati da sindacati pienamente rappresentativi, in quanto articolazioni delle tre confederazioni maggiori, prevedono salari molto bassi, in linea con quelli dei contratti “pirata” e talora sotto la soglia di povertà assoluta.
                A questi contratti di lavoro, con tagliente ironia, è stata affibbiata la definizione di contratti “corsari”: questo perché, in tutto e per tutto, sono simili a quelli “pirata”, con la differenza che il sindacato che li stipula è munito di una lettera “di corsa”, come quella che i Sovrani concedevano ai marinai autorizzati ad assaltare le navi mercantili delle nazioni nemiche in cambio di una parte del bottino. La lettera “di corsa” è naturalmente costituita, in questa colorita metafora, dalla patente di rappresentatività di cui godono i sindacati stipulanti, in quanto aderenti a CGIL, CISL o UIL.
                Episodi quali quello denunciato nel brillante articolo dell'avvocato Massimo Tirelli “Ma quanto ci vuole per affrontare il salario minimo?“ , pubblicato da Comma2 il 06 giugno 2022, e cioè lavoratori che lamentano il fatto di percepire una retribuzione addirittura inferiore ai 5 euro netti l'ora, sono ormai all'ordine del giorno.
                Ma il tema ora è diventato soprattutto il seguente.
                Se a stabilire una retribuzione da fame è un contratto “pirata”, è relativamente agevole ottenere che il Giudice adegui i minimi salariali applicando l'art. 36 della Costituzione, secondo il quale il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata e sufficiente a garantire, a lui ed alla sua famiglia, un'esistenza libera e dignitosa, allineandoli con quelli previsti dai contratti omogenei stipulati dai sindacati rappresentativi.

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Disconnessione digitale: una necessità per i lavoratori (e per tutti)

di Bruno Del Vecchio
Articolo estratto da Politica.eu. Rivista telematica interdisciplinare.
Numero speciale 2022. Il diritto alla disconnessione tra teoria e prassi.

Abstract: the article explores the issue of digital disconnection, reflecting on the link between the right to disconnect and the workplace and its legal meaning in the dimension of work activity.

L’odierna pandemia ci ha fatto comprendere, più di prima, che almeno su una cosa dovremmo essere tutti d’accordo: il nostro modo di lavorare sta cambiando in maniera sempre più rapida. Sta cambiando per tutti: dirigenti, professionisti, imprenditori e lavoratori di ogni livello. Se solo alcuni universi produttivi possono ritenersi «indenni» da una sostanziale modificazione del rapporto trilatero persona – lavoro – tempo (come le professionalità molto elementari), il resto della forza lavoro (pubblica e privata, autonoma o subordinata) ha dovuto rivedere radicalmente il proprio modo di lavorare. E non si tratta solo della riunione «da remoto», divenuta ormai una prassi quotidiana di confronto, o dello scambio di dati e informazioni che sempre di più viaggiano attraverso i nostri dispositivi digitali, protesi delle quali non possiamo più fare a meno. Si tratta, in maniera più fondamentale, di un diverso modo di esserci nel mondo del lavoro, per noi stessi e per gli altri. Se non possiamo o non debbiamo essere nel luogo di lavoro (il nostro ufficio o i locali di una direzione dove fino a poco tempo svolgevamo le nostre riunioni), l’essere sempre reperibili diventa una necessità per noi e per gli altri proprio perché siamo fuori dai consueti uffici, spazialmente lontano da chi si deve relazionare con noi...

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Ma quanto ci vuole per affrontare il salario minimo?

di Massimo Tirelli
Articolo pubblicato in contemporanea sulla rivista mensile Una Città.

Il caso è presto detto: si rivolgono all’Ufficio Vertenze di un Sindacato “maggiormente rappresentativo” (che passa il caso al nostro studio) un gruppetto di lavoratori dipendenti che risultano dalla busta paga essersi visti riconoscere retribuzioni medie intorno ai 4,6 € netti all’ora (circa 700 € al mese!). Il tutto lavorando 38 ore settimanali a seconda di eventuali assegni familiari o meno. Non sono dipendenti di una Cooperativa più o meno fantomatica, come ci si sarebbe aspettato, bensì di una Srl avente scopi industriali di assemblaggio materiale ferroso, costruzioni metalliche, ecc.. L’azienda risulta applicare un CCNL non controfirmato dalle tre organizzazioni sindacali maggiori, ma come ormai noto la mancata applicazione dell’art. 39 della nostra Costituzione (laddove prevede l’obbligatorietà in forza di legge dei Contratti di lavoro firmati dalla OO.SS. che però abbiano acquisito personalità giuridica, cioè nessuno) permette ai datori di lavoro che non siano aderenti (sempre più numerosi, peraltro) a qualche associazione datoriale di particolare rilevanza di applicare il CCNL che ritengono più opportuno (ce ne sono circa 900 depositati presso il CNEL tra i quali poter scegliere quello di maggiore utilità a chi servissero). In sostanza poiché il contratto di lavoro ha natura negoziale e le parti sono “libere” di scegliere lo strumento regolatore in mancanza di un contratto avente forza di legge per tutti, la parte generalmente più forte (quella datoriale) può proporre-imporre lo strumento contrattuale a sé più utile.

Il gruppo di 4 lavoratori che ho davanti sembrano usciti pari pari da un film di Ken Loach: due donne, tra cui la portavoce (capelli biondi tagliati a zero, robusta, occhi color ghiaccio, un poco imbarazzata ma chiara nell’esposizione), un’altra magrissima e giovane con i capelli scuri, e due uomini sui 40anni circa uno con i capelli crespi e quel poco del viso che si vedeva segnato e l’altro

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Lavoro povero e salario minimo

di  Carlo Sorgi
già giudice del lavoro
Articolo pubblicato su Questione Giustizia del 01.05.2022

Note a margine del convegno promosso da Magistratura democratica e dall’Associazione Comma 2 svoltosi presso la Corte di Cassazione il 25 marzo 2022

1. La Costituzione Italiana rappresenta tutt’oggi, davvero, un’opera di straordinario livello, non solo sul piano più strettamente politico e giuridico, ma anche su quello più latamente sociale: per non dimenticarne l’eccezionale qualità lessicale.

Per trovare la risposta ad uno dei più gravi problemi, tra i tanti, che assilla il mondo del lavoro, quello del cd. “lavoro povero”, che non consente a chi pure ha un’occupazione di sopravvivere, venendo relegato in una condizione di assoluto disagio sociale, basterebbe leggere il testo dell’art.36, ed impegnarsi a cercarne fino in fondo lo spirito.

Si legge nell’articolo citato: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa».

La prima osservazione da fare è che molti degli aggettivi che da ultimo vengono abitualmente associati al lavoro sono tutti fuori dal raggio di copertura costituzionale: il lavoro gratuito, per iniziare, non è lavoro, al massimo rappresenta attività di volontariato, ma nulla, nemmeno lo scambio con una qualche attività formativa potrà rendere l’impegno del lavoratore non meritevole di un riconoscimento economico. 

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  • Interventi

Mario Draghi: Il massacro delle illusioni

di Giovanni Giovannelli
Articolo pubblicato in contemporanea sul Blog del Colletivo Effimera.
Là dove si trova un esercito i prezzi sono alti,
là dove i prezzi salgono la ricchezza del popolo
si esaurisce. Quando la ricchezza è esaurita
il popolo sarà afflitto da richieste fiscali pressanti.

Sun Zu, L’arte della guerra
(Milano, 1965, II, XII, pag. 119)

 

In occasione del 1 maggio 2022 è stato reso noto l’annuale rapporto Censis-Ugl e non è difficile scorgere nell’elaborazione e nella ricchezza di dati sostanziali l’insegnamento di Giuseppe De Rita, fondatore dell’Istituto nel 1964 e dal 2021 membro del Consiglio d’Indirizzo presso Palazzo Chigi. A dispetto dei suoi novant’anni al governo sentono ancora il bisogno di questo inossidabile grand commis formatosi, come Mario Draghi, presso i gesuiti, nel liceo romano Massimiliano Massimo.

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  • Eventi

Convegno 25 marzo 2022

Certo non è frequente vedere un giornalista come Gad Lerner sedersi dietro lo scranno del presidente della Corte di Cassazione. Ma è questo che è avvenuto oggi, 25 marzo, nel più prestigioso ufficio giudiziario, dove giuristi, economisti, politici e sindacalisti si sono incontrati per parlare di salario minimo legale.

Magistratura Democratica e l’Associazione Comma2 Lavoro è dignità hanno insieme organizzato un importante momento di incontro e di scambio di opinioni su un tema molto delicato e sentito dalle lavoratrici e dai lavoratori italiani.

Il Presidente del convegno, il giudice Carlo Sorgi, già presidente della sezione lavoro del Tribunale di Bologna, ha dato prima la parola ad alcuni studiosi (Lisa Dorigatti, Chiara Brusini, Emanuele Menegatti e Michele Raitano) i quali hanno analizzato ed inquadrato l’attuale situazione salariale in Italia e all’estero.

I dati per noi sono sconfortanti.

L’Italia è il paese europeo dove i salari non solo non crescono da decenni, ma sono addirittura diminuiti nel loro reale potere di acquisto; ad aumentare è solo la precarietà! In altri paesi, come la Germania, avviene invece il contrario e il salario minimo legale, introdotto nel 2015, ha contribuito fortemente ad assicurare un circuito virtuoso di tutela retributiva minima, che è tutela di vita e di dignità.

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SEDE

Via San Felice, 6
Bologna 40122 - Italia
Tel.: +39 349 2855 451
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