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È possibile porre un freno alla deriva che sta mettendo a dura prova i diritti dei lavoratori?

È possibile ricominciare a pensare a un diritto del lavoro diseguale, come quello che i legislatori
del 1970 avevano pensato per i lavoratori di allora ?

È possibile pensare nuovamente a un diritto del lavoro che abbia come primo obiettivo quello di ridurre le diseguaglianze tra datori di lavoro e lavoratori ?
Noi pensiamo che si possa.
Anzi, pensiamo che si debba.
In questi anni ci hanno fornito spiegazioni dai toni apocalittici per giustificare la riduzione di tutele dei lavoratori (dalla fuga dei capitali stranieri alla dissoluzione del tessuto produttivo del paese).Solo sacrificando i lavoratori si poteva sperare di restare in Europa, alla pari con gli altri paesi, e solo riducendo le garanzie si poteva salvare l’economia nazionale.
La realtà ha dimostrato che nei fatti le cose non stavano e non stanno così. Per di più la riduzione delle tutele ha raggiunto livelli che la stessa UE ritiene non accettabili.La sanzione per un licenziamento totalmente ingiustificato è di ridottissimo impatto per le imprese, ma è soprattutto inefficace per risarcire il gravissimo pregiudizio determinato dalla perdita incolpevole del posto di lavoro.

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La pandemia in uno Stato non più sociale

di Silvia Ventura

Sono più di due mesi che un’informazione atrofizzata, poco incline ad affrontare con parole chiare la complessità del mondo, votata alla semplificazione ed allo slogan, parla incessantemente di “guerra” e di “eroi”.

Chi sono nel mezzo della pandemia questi eroi per l’informazione italiana?

Anzitutto i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari. Ma non i dipendenti di cooperative e società private impiegati nella sanificazione e nella pulizia degli ambienti ospedalieri, spesso con retribuzioni ridicole, turni massacranti e nessun rispetto delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. In un secondo momento la qualificazione è stata estesa ai dipendenti della grande distribuzione.

Sono persone che hanno svolto il loro lavoro in condizioni difficili, con turni infiniti, spesso in assenza delle necessarie misure di sicurezza. Ma parlare di eroi serve proprio a distogliere l’attenzione dal fatto che si tratta di lavoratori, come tali titolari di diritti ormai da decenni calpestati. Si parla di eroi per non ammettere che la pandemia ha messo in luce tutti i drammi di un tessuto socio-economico disgregato, un contesto dove l’emergenza abitativa e alimentare ha toccato punte inaccettabili in uno stato che si definisce democratico.

Nulla si dice invece di tutti coloro che, militando all’interno di centri sociali, movimenti politici, case del popolo e associazioni comunque presenti sui territori, si sono impegnati, anche durante la presente crisi sanitaria, nonostante i rischi, per cercare di colmare quanto più possibile il vuoto da tempo lasciato dalle istituzioni.

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Ricordando Massimo D’Antona (1948-1999)

di Umberto Romagnoli

L’opera omnia di questo giurista si compone di una monografia (1979) e di una vastissima saggistica. Compresi quelli c.d. minori, gli scritti sono alcune centinaia: il primo è pubblicato nel 1972, l’ultimo pochi mesi dopo la scomparsa dell’autore. Nel 1999. Nel 2000 l’intelligente riordino sistematico di Bruno Caruso e Silvana Sciarra li ha riprodotti in sette volumi: ciascuno mediamente di circa quattrocento pagine.

In occasione dell'anniversario della morte dell’Autore, mi ha assalito un dubbio angoscioso: non si scrive così tanto in così poco tempo se non si ha il presentimento che il destino impedirà di produrre tutto quello che è consentito ad una maturità di pensiero raggiunta più in fretta del solito. Naturalmente, si può non condividere un dubbio del genere. In ogni caso, è sicuro che, scomparso prestissimo, Massimo ci ha dato moltissimo.

Un giurista sensibile, colto e raffinato come lui non poteva non percepire l’obbligo di misurarsi con la questione del metodo: che, con la consueta eleganza espressiva, a suo avviso consisterebbe in un’anomalia post-positivista. Una questione che si profila subito, ossia nel momento stesso in cui l’incontro del lavoro col diritto cambia segno, rendendolo pressoché irriconoscibile. Infatti, nella misura in cui il diritto ne privilegia la dimensione produttivistica e di mercato si annulla la concezione secondo la quale – come scrive Karl Polanyi – “il lavoro era soltanto un altro nome per designare un’attività umana che si accompagna alla vita stessa, che non è prodotta per essere venduta”.

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