Il Governo, il “salario giusto” e la truffa delle parole
di Enzo Martino
Articolo pubblicato in contemporanea con Volere la Luna.
Ancora una volta il Governo Meloni ha scelto la data simbolica del Primo Maggio per emanare un pacchetto normativo in materia di lavoro.
Il decreto legge n. 62 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 30 aprile 2026, ed entrato in vigore appunto il giorno successivo, promette infatti grandi cose per il mondo del lavoro quando si propone di introdurre: “Disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all'occupazione e di contrasto al caporalato digitale”.
E' proprio quello che ci vuole – si potrebbe pensare - per un Paese che, da trent'anni, vede il potere d'acquisto dei salari diminuire costantemente e le condizioni di lavoro farsi sempre più precarie ed insicure. Ma purtroppo il carattere dell'operazione, come si vedrà, è meramente propagandistico e la situazione drammatica in cui versano lavoratrici e lavoratori italiani non è certo destinata a migliorare grazie a questo intervento normativo.
Colpisce innanzi tutto un dato semantico, chiaramente destinato a lanciare un ingannevole messaggio di speranza e di fiducia. Compare infatti, per la prima volta nel nostro ordinamento, la nozione di salario “giusto”.
Ma cos'è il salario “giusto”? Secondo il Governo questo non è altro che il trattamento economico complessivo definito dai contratti collettivi nazionale stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale (art. 7 del decreto). Il salario “giusto” è quindi quello minimo sindacale previsto dalla contrattazione collettiva, la quale però da decenni versa in stato di cronica debolezza, com'è dimostrato dal fatto che le retribuzioni in Italia sono diminuite, in termini di valore reale, più che in qualsiasi altro Paese industrializzato (si stima che nel solo ultimo quinquennio la perdita del potere d'acquisto dei salari sia stata superiore all'8%).
Quindi, per per andare alla sostanza dell'operazione politica, il Governo, dopo aver lasciato scadere la delega contenuta del decreto legislativo 26 settembre 2025 n. 144 in materia di salario minimo (https://volerelaluna.it/lavoro/2025/10/14/requiem-per-il-salario-minimo/ ), con un tocco di bacchetta magica, pretende ora di risolvere la situazione dei salari definendo come “giusto” il trattamento economico complessivo già dovuto in forza della contrattazione collettiva in vigore, che però, purtroppo, ha dimostrato la propria grave inadeguatezza.
La finalità dell'operazione semantica, tanto impudente quanto insidiosa, è evidente: se viene definito “giusto” un trattamento salariale che magari non lo è, sarà più facile farlo accettare a chi lo deve subire e che dovrà rassegnarsi a continuare a subirlo, senza più neanche sperare di ricorrere alla magistratura del lavoro.
È chiaro che un'operazione siffatta, di mero restyling lessicale, non potrà mai alleviare né tantomeno risolvere il problema del lavoro povero.
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