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È possibile porre un freno alla deriva che sta mettendo a dura prova i diritti dei lavoratori?

È possibile ricominciare a pensare a un diritto del lavoro diseguale, come quello che i legislatori
del 1970 avevano pensato per i lavoratori di allora ?

È possibile pensare nuovamente a un diritto del lavoro che abbia come primo obiettivo quello di ridurre le diseguaglianze tra datori di lavoro e lavoratori ?
Noi pensiamo che si possa.
Anzi, pensiamo che si debba.
In questi anni ci hanno fornito spiegazioni dai toni apocalittici per giustificare la riduzione di tutele dei lavoratori (dalla fuga dei capitali stranieri alla dissoluzione del tessuto produttivo del paese).Solo sacrificando i lavoratori si poteva sperare di restare in Europa, alla pari con gli altri paesi, e solo riducendo le garanzie si poteva salvare l’economia nazionale.
La realtà ha dimostrato che nei fatti le cose non stavano e non stanno così. Per di più la riduzione delle tutele ha raggiunto livelli che la stessa UE ritiene non accettabili.La sanzione per un licenziamento totalmente ingiustificato è di ridottissimo impatto per le imprese, ma è soprattutto inefficace per risarcire il gravissimo pregiudizio determinato dalla perdita incolpevole del posto di lavoro.

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Il caporalato ieri e oggi

di 

Dopo la morte di 16 lavoratori africani nelle campagne pugliesi, finiti schiacciati come topi in miserabili furgoncini, mi è tornato in mente il mio primo lavoro di ricerca sul tema del collocamento agricolo. Si trattava di svolgere una ricerca sul campo, nel Salento, a cui collegare poi una analisi tecnico-giuridica della legge n.83 del 1970 emanata, assieme agli artt.33-34 dello Statuto dei lavoratori, a seguito della uccisione di due braccianti ad Avola in occasione di una manifestazione di protesta appunto contro il capolarato.  La ricerca era collegata all’Istituto di diritto del lavoro della Università di Bari diretto da Gino Giugni. Cominciai recandomi tra le 8 e le 9 del mattino negli uffici di collocamento, allora diramazioni periferiche del Ministero del lavoro, per un colloquio coi funzionari. Ottenevo informazioni scarse e inadeguate, e presto mi resi conto che per capire qualcosa di più di come funzionava davvero il collocamento agricolo  dovevo andare non negli uffici di collocamento ma tra le 4 e le 5 di mattina nelle piazze dei paesi.

Lì si svolgeva il collocamento reale: i braccianti stavano ammassati ai lati delle piazze, venivano reclutati a gruppi dai “caporali”, caricati su camioncini e portati a lavorare. E’ la stessa scena che si svolge oggi. Con una variante: in quelle piazze non ci sono quasi più italiani, ma persone di colore, per lo più africani. Sembra che gli italiani, in molti luoghi, si facciano accreditare finte giornate di lavoro per usufruire della indennità di disoccupazione, ma che i braccianti veri siano invece lavoratori extra-comunitari. Con qualche eccezione, come accadde  anni fa con quella lavoratrice morta sui campi per l’eccessiva fatica. Si chiamava Paola Clemente: aveva 49 anni e sembra che percepisse 30 euro per 12 ore di lavoro. La vicenda fece molto scalpore, proprio perché si trattava di una lavoratrice italiana. Da lì venne la spinta ad approvare una ennesima legge contro il caporalato, la l. n. 199 del 2016.

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Luci e ombre del decreto-dignità

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Intanto è bene dire che “decreto-dignità” è un bel nome. Di certo migliore dell’americaneggiante “JobsAct” i cui esiti sono stati nefasti. Infatti la scelta cruciale sottesa a quell’intervento di legge, vale a dire la liberalizzazione dei licenziamenti, ha rotto consapevolmente e si direbbe persino dolosamente le ultime radici con ciò che restava, sul piano politico, della sinistra “sociale”. Questo ha significato infatti l’assunzione della posizione classica della destra liberista secondo la quale più sono facili i licenziamenti più cresce l’occupazione. I risultati catastrofici di quella scelta sono sotto gli occhi di tutti: siamo nelle mani di un governo giallo-verde sospeso tra vincoli ex contractu e derive destrorse.

“Decreto dignità” è perciò un bel titolo: alludere alla connessione tra lavoro e dignità ha infatti un indubbio carattere progressista. Poi naturalmente si tratta di valutare la coerenza tra parole e fatti. Osservando il testo da una posizione classica, appunto, di “sinistra” ci si poteva aspettare qualcosa di più e di meglio. Ad esempio l’introduzione di una disciplina decente dei licenziamenti illegittimi, di stampo europeo, in abrogazione della misera  monetizzazione del licenziamento illegittimo introdotto dal JobsAct, una regolamentazione compiuta del lavoro temporaneo, una razionalizzazione della pletora dei contratti precari.
Si è invece proposto qualcosa di molto più modesto: la riduzione da 36 a 24 mesi del limite di assunzione con contratti a tempo determinato, la reintroduzione dalla causale per il contratto a termine solo dopo 12 mesi dalla prima assunzione, la riduzione da 5 a 4 delle proroghe dei contratti a termine, un incremento delle indennità in caso di licenziamento illegittimo e persino un criticabile, per quanto limitato, ripristino dei buoni lavoro (cosiddetti voucher).

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Il decreto Di Maio tra contratti a termine e voucher

Articolo pubblicato sulla homepage del sito Volerelaluna.it in data 06 agosto 2018

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Il decreto legge 12 luglio 2018 n. 87, recante “disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese”, ha passato il vaglio della Camera dei deputati che, nella seduta del 2 agosto, ne ha approvato la legge di conversione senza che sia stato necessario il ricorso al voto di fiducia.
Il provvedimento, che è stato trasmesso al Senato per il varo definitivo atteso entro Ferragosto, contiene alcune modifiche rispetto a quello pubblicato in Gazzetta ufficiale.
Poiché quel testo era già stato oggetto di un breve commento su questo sito lo scorso 4 luglio, sarà sufficiente esaminare le novità introdotte nel corso dei lavori parlamentari, limitando il discorso, anche questa volta, alle sole norme in materia di lavoro.

La più rilevante novità è certamente la “reintroduzione dei voucher”, così come è stata impropriamente definita nella polemica politica di questi giorni e riportata dalla stampa non specializzata.
I buoni lavoro, che costituivano la forma di pagamento del cosiddetto “lavoro accessorio”, sono infatti l'emblema stesso della precarietà ed è paradossale vederli risorgere proprio in un provvedimento che si propone di contrastarla.
Si tratta certamente di un “pegno politico” che Di Maio ha dovuto pagare all'alleato Salvini per poter mantenere le misure di contrasto ai contratti a termine, le quali invece sono rimaste sostanzialmente inalterate nonostante le forti reazioni di tutte le opposizioni parlamentari e del mondo imprenditoriale. Ma quali sono le caratteristiche tecniche dell'intervento sui voucher e quale potrà essere la sua reale portata sul mercato del lavoro?

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