Il caporalato ieri e oggi

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Dopo la morte di 16 lavoratori africani nelle campagne pugliesi, finiti schiacciati come topi in miserabili furgoncini, mi è tornato in mente il mio primo lavoro di ricerca sul tema del collocamento agricolo. Si trattava di svolgere una ricerca sul campo, nel Salento, a cui collegare poi una analisi tecnico-giuridica della legge n.83 del 1970 emanata, assieme agli artt.33-34 dello Statuto dei lavoratori, a seguito della uccisione di due braccianti ad Avola in occasione di una manifestazione di protesta appunto contro il capolarato.  La ricerca era collegata all’Istituto di diritto del lavoro della Università di Bari diretto da Gino Giugni. Cominciai recandomi tra le 8 e le 9 del mattino negli uffici di collocamento, allora diramazioni periferiche del Ministero del lavoro, per un colloquio coi funzionari. Ottenevo informazioni scarse e inadeguate, e presto mi resi conto che per capire qualcosa di più di come funzionava davvero il collocamento agricolo  dovevo andare non negli uffici di collocamento ma tra le 4 e le 5 di mattina nelle piazze dei paesi.

Lì si svolgeva il collocamento reale: i braccianti stavano ammassati ai lati delle piazze, venivano reclutati a gruppi dai “caporali”, caricati su camioncini e portati a lavorare. E’ la stessa scena che si svolge oggi. Con una variante: in quelle piazze non ci sono quasi più italiani, ma persone di colore, per lo più africani. Sembra che gli italiani, in molti luoghi, si facciano accreditare finte giornate di lavoro per usufruire della indennità di disoccupazione, ma che i braccianti veri siano invece lavoratori extra-comunitari. Con qualche eccezione, come accadde  anni fa con quella lavoratrice morta sui campi per l’eccessiva fatica. Si chiamava Paola Clemente: aveva 49 anni e sembra che percepisse 30 euro per 12 ore di lavoro. La vicenda fece molto scalpore, proprio perché si trattava di una lavoratrice italiana. Da lì venne la spinta ad approvare una ennesima legge contro il caporalato, la l. n. 199 del 2016.

Dunque è tutto come allora, tranne la variante della differenza etnica appena segnalata? Ma perché questo continua ad accadere? La domanda di fondo resta la stessa. Siamo di fronte a un caso di iper-sfruttamento dovuto alla rapace avidità degli imprenditori agricoli oppure a un fenomeno economicamente necessario? Nel primo caso la risposta sarebbe semplice: si tratta di agire con gli strumenti di una efficace repressione, rafforzando i controlli e gli interventi degli Ispettorati del lavoro. Nel secondo caso la situazione è più complessa, come indicano le dichiarazioni del datore di lavoro di 7 dei lavoratori africani schiacciati nel camioncino che li riportava a casa, rese a La Repubblica del 6 agosto. I meccanismi di determinazione del prezzo dei prodotti agricoli, stabiliti dalla grande distribuzione e dalle multinazionali agroalimentari, non lascerebbero ai produttori margine di utile se non  scaricando il taglio dei costi sullo sfruttamento del lavoro. Qui dunque non basta la repressione.

Diventa necessario immaginare interventi sulla fissazione del prezzo dei prodotti, sottraendolo al predominio degli oligopoli agroalimentari. Una misura, si dirà, pre-moderna. Ma che cosa c’è di moderno nell’uso del lavoro schiavistico? Applicato a lavoratori, si badi, regolari, muniti di permessi di soggiorno. I quali tuttavia devono sottoporsi a forme di avviamento al lavoro e di retribuzione di tipo ottocentesco, compreso il fatto di vivere in baracche e accampamenti abusivi e privi di ogni elementare misura igienica. Qui non c’entrano le proteste “umanitarie” contro le politiche restrittive degli sbarchi e della supposta “invasione”. Qui si tratta dell’esatto contrario: è in gioco una politica responsabile della accoglienza. Concentrare l’attenzione sul solo versante della prima accoglienza, disinteressandosi del poi significa mettere benzina sul fuoco, alimentare il brodo di cultura degli istinti xenofobi e para-razzisti. Accogliere responsabilmente comporta invece di investire risorse straordinarie per assicurare a chi viene in questo paese una casa, una istruzione e condizioni dignitose di vita e di lavoro. Proprio l’opposto dell’affidarsi alla spontaneità del mercato.

 

 

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