Interventi

Disposizioni in materia di società cooperative, appalto, somministrazione di lavoro e distacco dei lavoratori

PROPOSTA DI LEGGE
pro legge
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CAMERA DEI DEPUTATI
Disposizioni sulle società cooperative, audizione di esperti
Martedì 21 Luglio 2020 ore 13:00
Commissione Lavoro (presso l’Aula della Commissione Ambiente), nell’ambito dell’esame della proposta di legge recante disposizioni in materia di società cooperative, appalto, somministrazione di lavoro e distacco di lavoratori, ha svolto le audizioni:
  • dell’avvocato Piergiovanni Alleva, già professore ordinario di diritto del lavoro presso la facoltà di economia della Università Politecnica delle Marche;
  • degli avvocati Carlo Guglielmi, Vincenzo Martino e Antonino Raffone. 

 

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Smart Working. Opportunità o ghetto per le lavoratrici?

Pagina web dell’Istituto per la storia del pensiero filosofico e scientifico moderno "www.ispf.cnr.it
un articolo di Silvia Ventura su smart working e condizione femminile.

Roberto Evangelista

Silvia Ventura è avvocato ed esercita prevalentemente nell'ambito del diritto del lavoro. Collabora con l’associazione “Comma2”, associazione che si occupa di denunciare le storture di un diritto che spesso non tutela il lavoratore. Il contributo che presentiamo si occupa delle conseguenze che la diffusione dello smart working durante la pandemia ha avuto sulle condizioni lavorative delle donne, acuendo una differenza e un divario che sembra lontano dal ridursi. Il contributo è già apparso sul “blog dei pazzi”  in data 30/06/2020. 


Negli ultimi mesi le lavoratrici e i lavoratori italiani hanno sperimentato un largo utilizzo del c.d. “lavoro agile” disciplinato a livello normativo dalla L. n. 81/2017 e tuttavia sino ad oggi scarsamente diffuso nel nostro Paese.
Ma cosa si intende per “lavoro agile” o “smart working”?
Sia in Italia che nel resto d’Europa quando parliamo di “smart – working” o di pratiche organizzative ad esso assimilabili, ci riferiamo a prassi o regolamentazioni che hanno ad oggetto un rapporto di lavoro subordinato improntato alla massima flessibilità, ma non solo.
Infatti, perché si possa parlare di lavoro agile, devono coesistere: flessibilità/autodeterminazione dell’orario di lavoro, flessibilità/autodeterminazione del luogo di lavoro e uno svolgimento dei compiti per risultati o progetti. Dunque l’idea alla base di tale modello organizzativo sarebbe, in astratto, quella di raggiungere una perfetta combinazione tra libertà/autonomia dei lavoratori dipendenti e una loro maggior responsabilizzazione, legando il loro lavoro al raggiungimento di risultati, nell’ambito di un contesto di collaborazione con il datore di lavoro.

Su questo ideale presupposto si è soliti presentare i modelli di lavoro flessibile come occasione di miglioramento delle condizioni di lavoro, ancor più delle lavoratrici che sembrerebbero, in questa narrazione, le uniche destinatarie dei lavori di cura familiare, così da dover essere messe esse sole nella condizione di “conciliare” i tempi di vita/lavoro.

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Le ricadute occupazionali dell'emergenza sanitaria

PROF. AVV. PIERGIOVANNI ALLEVA
Già Ordinario di Diritto del Lavoro - Università di Ancona
SENATO DELLA REPUBBLICA
Commissione Lavoro Pubblico e Privato, Previdenza Sociale Prot. n. 669
Audizione nell'ambito dell'Affare riguardante ricadute occupazionali dell'epidemia da Covid-19,
azioni idonee a fronteggiare le situazioni di crisi e necessità di garantire la sicurezza sanitaria nei
luoghi di lavoro. Atto n. 453
Roma, 25 giugno 2020  -  Link Senato [Registrazione VIDEO] 

Quello delle “ricadute occupazionali dell’emergenza sanitaria” è un tema vasto e complesso, che ha, al suo centro, un urgente e drammatico interrogativo, ma che si articola, poi, in problematiche, derivate o di contesto, che evidenziano l’urgenza di penetranti riforme.

L’interrogativo centrale è, sicuramente, il come uscire, senza danni sociali, dall’attuale situazione di “ingessatura” degli esuberi di personale indotti dalle “chiusure” per motivi sanitari e conseguente caduta sia della domanda che dell’offerta nazionale ed internazionale. L’”ingessatura”, necessaria ma anche coraggiosa, è stata quella del puro e semplice divieto di licenziamento, da un lato, e della “universalizzazione”, dall’altra, delle integrazioni salariali, che, con la nuova causale emergenziale “Covid-19” sono state riconosciute a tutti i lavoratori, fossero o meno destinatari, prima, del sistema tradizionale delle integrazioni salariali, o ammortizzatori sociali. Ed anticipiamo subito che questa “universalizzazione”, benché causata da un’emergenza straordinaria, costituisce, comunque, in sé, una conquista sociale e di civiltà, dalla quale non si può e non si deve tornare indietro.

Per altro verso, però, quell’ “ingessatura” non può durare all’infinito, reiterando “a catena” i divieti di licenziamento e la concessione di periodi ulteriori di integrazione salariale (possibilità di cui già si parla). Ma, per converso, non può neanche cessare semplicemente “dando la stura” ai licenziamenti collettivi o per motivo oggettivo, che, considerando la percentuale obiettiva dell’attuale esubero di personale, supererebbero con ogni probabilità il milione di cessazioni, con conseguenti gravissimi rischi per la coesione sociale e la stessa democrazia.

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A volte ritornano. Nostalgia del renzismo?

di Enzo Martino
Articolo pubblicato in contemporanea con Volere la Luna.

Era facilmente prevedibile che Confindustria prendesse a pretesto l'emergenza occupazionale determinata dalla pandemia per chiedere nuovamente la piena liberalizzazione dei contratti a tempo determinato, riproponendo le ricette liberiste che hanno già dato esiti fallimentari in passato.
Ora, al coro mediatico si è unito un autorevole esponente del Governo, il ministro Gualtieri, il quale non ha trovato di meglio che affermare in più circostanze che, per sostenere l'occupazione, è necessario allentare i vincoli ai contratti a termine introdotti dal “decreto dignità” nell'agosto 2018, in particolare per quanto attiene alle causali da questo ripristinate per tentare di arginare l'esplosione di lavoro precario generata dallo sciagurato “decreto Poletti” del 2014. Come ha efficacemente scritto Gad Lerner sul Fatto Quotidiano del 20 giugno «è l’intera scuola economica bocconiana, nelle sue declinazioni liberiste e keynesiane, a sostenere che non ci sarebbero alternative [...] al ripristino del Jobs Act».
Ma è proprio vero che per sostenere l'occupazione non c'è altra via che quella di lasciare mano libera alle imprese nella prospettiva, già rivelatasi del tutto illusoria, che ciò comporti un beneficio sul piano dell'occupazione complessiva?
Il “decreto dignità”, pur con tutti i suoi limiti e le sue timidezze (https://volerelaluna.it/lavoro-2/2018/08/06/il-futuro-di-voucher-e-contratti-a-termine/), aveva cominciato a produrre dei primi risultati significativi, in particolare generando un sensibile aumento delle trasformazioni dei contratti a termine in contratti stabili.
Contrariamente a quanto avevano incautamente profetizzato molti commentatori interessati, la reintroduzione delle causali (cioè la necessità per l'impresa di dover giustificare le assunzioni a termine con esigenze temporanee effettive) non aveva generato né un'ondata di licenziamenti né un contenzioso giudiziario di massa. Più semplicemente, decorso il termine massimo fissato dalla legge, le imprese, piuttosto che privarsi di risorse sulle quali avevano investito ovvero di rischiare contestazioni indicando causali discutibili, hanno preferito in molti casi assumere stabilmente i lavoratori di cui avevano bisogno per esigenze strutturali.

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