Interventi

Ordinanza del Tribunale di Bari - Sezione lavoro

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Il Tribunale di Bari, con ordinanza del 11 ottobre ha deciso il caso di un licenziamento collettivo intimato ad un lavoratore in regime di Jobs Act . Il Giudice ha ritenuto di applicare i principi enunciati dalla Corte Costituzionale come desumibili dal comunicato ufficiale del 26.9.2018, nonostante la sentenza non sia stata ancora pubblicata, attraverso una originale lettura costituzionalmente orientata dell’art. 3 D.Lgs. 23/2015. Il Tribunale ha così condannato la società al pagamento di dodici mensilità dell’ultima retribuzione (in luogo delle quattro che sarebbero spettate secondo le tutele crescenti come disciplinate dalla norma ritenuta incostituzionale), utilizzando come riferimento quello indicato dalla norma (da 4 a 24 mensilità) tenendo in considerazione la gravità della violazione di legge (omessa comunicazione delle modalità di applicazione dei criteri legali di scelta e mancata comparazione tra i lavoratori), dell’anzianità del lavoratore (modesta) e delle dimensioni dell’azienda (ridotte).

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Il contributo della Cgil nel contrasto al Jobs Act

di 

Responsabile Ufficio Giuridico CGIL Nazionale

Il criterio di calcolo del risarcimento del lavoratore previsto dal jobs act in caso di licenziamento illegittimo è contrario ai principi previsti dagli artt. 4 e 35 della Carta fondamentale: la Consulta, con quella che a ragione può davvero considerarsi una decisione storica, boccia quindi sonoramente un pezzo importantissimo delle cd. “tutele crescenti”. Una sentenza storica perché arresta un riflusso – appunto - storico frutto delle riforme recessive che il diritto del lavoro ha subito nell’ultimo ventennio e che si è concluso con la madre di tutte le controriforme, cioè il cosiddetto “jobs act”, la ciliegina sulla torta che ha voluto modificare il codice genetico dell’intera disciplina giuslavoristica. Il mutamento (che si voleva) definitivo ha trovato nel decreto 23/2015 (sulle cosiddette “tutele crescenti” e l’abrogazione dell’articolo 18 per i neoassunti dal 7 marzo 2015) la sua degna conclusione.
Merito della Cgil, che invano aveva tentato di abrogare per via referendaria il decreto 23 ed affermare così i principi indicati nella sua “Carta dei diritti” (tuttora pendente come ddl di iniziativa popolare in Parlamento), aver insistito – dal punto di vista vertenziale-legale - nella ricerca di casi concreti da portare di fronte alla Corte costituzionale.

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La Corte costituzionale riapre la partita sulla questione dei licenziamenti

di 

La Consulta si è finalmente pronunciata sulla legittimità della disciplina dei licenziamenti introdotta dal JobsAct nel 2015. Secondo la Corte costituzionale l’art.3, comma 1, del dlgs n.23/2015 è illegittimo “nella parte che predetermina in modo rigido l’indennità spettante al lavoratore licenziato senza giusta causa o giustificato motivo”. In particolare “la previsione di un’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore è, secondo la Corte, contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela sanciti dagli articoli 4 e 35 della Costituzione”. Così recita lo scarno comunicato dell’Ufficio stampa della stessa Corte costituzionale del 26 settembre 2018. Si tratta di una decisione di grande portata.

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Ufficio Stampa della Corte costituzionale

Pubblichiamo il comunicato stampa ufficiale con il quale la Corte Costituzionale ha dichiarato l'illegittimità del primo comma dell'art. 23 del d.lgs n. 23/2015 in materia di indennizzo in caso di licenziamento illegittimo nel contratto a tutele crescenti.

In attesa della motivazione della sentenza, e quindi, rinviando per un più approfondito commento, possiamo sin d'ora osservare come sia stato scardinato il principio dell'automatismo che voleva eliminare la possibilità per il giudice di esercitare la sua funzione di applicazione del principio di proporzionalità con riferimento al caso concreto, senza essere più schiacciato in una mera applicazione ragionieristica delle sanzioni.
Ciò comporterà la necessità, per il legislatore, di intervenire nuovamente sulla materia, stante il mancato coordinamento con la perdurante vigenza dell'articolo 18 che da un lato prevede la sanzione della reintegrazione, ma dall'altro, per le ipotesi in cui la reintegrazione non è dovuta, prevede un meccanismo di indennizzo diverso e persino inferiore sui massimi a quello attuale del Jobs Act.

La Presidenza
Alberto Piccinini

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