Finestra Referendum 2025

Analisi e Opinioni sul Referendum del 8 e 9 giugno 2025

 

Morire per il lavoro è solo una questione di sinistra?

di Carlo Sorgi*

Ho partecipato a molti incontri per illustrare i temi dei referendum dell’8 e 9 giugno.
Partivo nei miei interventi sempre con l’immagine di una torta e dicevo: “dividete una torta a metà e una delle due dividetela ancora in due. Quelli siamo noi, circa il 25% di progressisti . Per vincere il referendum dobbiamo prendere una fetta dell’altro quarto ( il fronte del centro-destra ) e una fetta della metà ( le astensioni). Solo così potremo arrivare a coprire metà torta per arrivare al quorum del 50% + 1”.
Ritenevo in tutta onestà che il risultato, per quanto difficilissimo, potesse essere raggiunto se solo avessimo avuto la forza di informare tutti gli elettori dei contenuti dei referendum. Come esempio ho scritto un articolo dal titolo : Morire per lavoro è di destra o di sinistra? ( [1] )
Il bavaglio ai mezzi di informazione è stato il nemico più grande che ha impedito la corretta comunicazione dei contenuti dei referendum. Chi ha il potere sa come utilizzarlo.
C’era qualche sintomo positivo, andavo all’Università, a parlare del referendum sulla cittadinanza, e vedevo giovani interessati.
Poi sabato 7 giugno a Roma alla manifestazione per Gaza di fronte a quella marea di persone non si poteva che avere il cuore pieno di orgoglio e, perché no, di speranza. Ma forse è stato quello il canto del cigno perché quella manifestazione se ha visto moltissimi giovani impegnati per la pace ha visto anche i partiti, che la organizzavano, salire, per altro legittimamente, con i loro segretari sul palco e fare riferimento ai referendum invitando a votare. Non poteva che essere così. Però a quel punto doveva essere chiaro che i referendum si politicizzavano sempre più, come esattamente voleva la destra, e diventavano qualcosa che aveva a che vedere con i partiti progressisti e la torta tornava ad essere formata quasi esclusivamente dal primo quarto o poco più. Quindi impossibile vincere così i referendum.
Due possono essere le analisi del voto referendario, una da elettore del centro sinistra e una da cittadino.
Iniziamo con la prima, la lettura da elettore. Già il 30% come risultato finale appare in questo senso un ottimo dato rispetto al peso politico elettorale del centro sinistra. Parliamo ovviamente del peso valutando il dato dei votanti effettivi perché se consideriamo la fisiologica astensione che possiamo oramai collocare intorno al 50% ( ultimo dato alle europee 2024 astensione oltre tale soglia ) allora su un corpo elettorale effettivo di 23 milioni (dati 46 milioni come intero corpo elettorale ) i 14 milioni di elettori votanti nel referendum costituiscono il 60% di questo corpo elettorale.
Qui però si esauriscono gli aspetti positivi. Torniamo con la lente del cittadino che ambisce al progresso sociale e civile del paese, o almeno vorrebbe evitare un arretramento dei diritti civili.
Il dato appena ricordato dei votanti non può essere una consolazione perché abbiamo perso in maniera inequivocabile. Infatti l’obiettivo era abrogare delle norme e non fare il braccio di ferro con il centro destra, anche perché la competizione era drogata dalle astensioni troppo rilevanti per rendere i dati credibili. Questo lo sapevamo ma allora sbagliato fare dei referendum una occasione di scontro politico destra-sinistra . La frase:” diamo una spallata al governo Meloni” ([2] ) ha fatto più danni del caldo della domenica del voto. Un approccio del genere voleva necessariamente dire contarsi nei rispettivi schieramenti. Lo hanno intuito gli elettori di centro destra che a quel punto non sono andati a votare per i referendum “ di sinistra” e lo hanno capito anche quasi tutti quelli che si astengono perché stanchi dei partiti. Quindi nonostante avessimo dei motivi ottimi per ogni quesito ( il confronto nel merito infatti era inesistente ) non siamo riusciti ad ottenere il risultato per il quale in tanti ci siamo impegnati.

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Perché questo è un referendum per giovani

di Lorenzo Venini*
Articolo pubblicato sul Blog del Fatto Quotidiano del 8 giugno 2025. (Link)

A leggere i quesiti referendari, viene da pensare: si tratta di un referendum per giovani. Il che non significa che non coinvolga tutte e tutti, anzi, ma significa che i temi trattati appaiono particolarmente rilevanti per le nuove generazioni.
Ciò risulta evidente sin dal primo quesito, con cui si chiede l’abrogazione del D.lgs. 23/2015 (c.d. contratto a tutele crescenti). Tale decreto, che prevede minori tutele in caso di licenziamento illegittimo, si applica infatti solo ai lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015, tanto da aver creato due binari paralleli: da un lato, coloro che erano già stati assunti prima del marzo 2015 (che continuano quindi a godere delle tutele dell’art. 18 L. 300/1970), dall’altro lato, coloro che in quel momento non avevano un lavoro (che sono dunque condannati, per sempre, alle minori tutele del D.lgs. 23/2015). Nella medesima azienda, il medesimo licenziamento, per il medesimo motivo, viene tutelato in maniera totalmente diversa a seconda della data in cui il lavoratore è stato assunto (se prima o dopo il marzo 2015), creando una discrasia che appare veramente priva di senso logico. Ebbene, tale scelta legislativa – dettata probabilmente dalla volontà (codardia?) di non abrogare esplicitamente l’art. 18, preferendo invece accompagnarlo a una “morte” lenta, per esaurimento – finisce per colpire soprattutto i più giovani ovverosia coloro i quali, fosse anche solo per ragioni anagrafiche, non erano ancora occupati nel marzo 2015 e che non potranno, dunque, mai beneficiare delle tutele dell’art. 18 (a meno che, ovviamente, il quesito referendario non trovi risposta positiva).
Il secondo quesito guarda invece al futuro (o, meglio, al presente), recependo i mutamenti economici e produttivi che hanno attraversato la nostra società negli ultimi decenni. Attualmente, l’art. 8 della L. 604/1966 prevede un limite massimo (piuttosto esiguo, pari a 6 mensilità) al risarcimento che può ottenere un lavoratore illegittimamente licenziato da una azienda con meno di 15 dipendenti. Di contro, i lavoratori di imprese con oltre 15 dipendenti possono ottenere risarcimenti di gran lunga superiori (fino a 24 o 36 mensilità, a seconda della disciplina applicabile). Tale differenza di trattamento poteva essere giustificata, forse, nell’epoca fordista, in cui il numero di dipendenti costituiva un effettivo parametro di valutazione della forza economica di una impresa. Oggi, la redditività di una azienda è spesso del tutto avulsa dal numero di lavoratori che occupa (si pensi, ad esempio, al settore informatico, in cui pochi dipendenti possono generare enormi profitti). Si tratta di una trasformazione sociale ormai innegabile e inarrestabile, tanto che persino la Corte Costituzionale, nella sentenza n. 183/2022, ha auspicato una revisione del tetto massimo di indennizzo per le (presunte) piccole imprese, poiché “in un quadro dominato dall’incessante evoluzione della tecnologia e dalla trasformazione dei processi produttivi, al contenuto numero di occupati possono fare riscontro cospicui investimenti in capitali e un consistente volume di affari”. Collegare il limite massimo di risarcimento al solo criterio del numero di dipendenti appare pertanto del tutto anacronistico, al punto che, se non si prenderanno presto provvedimenti al riguardo, si rischierà di condannare i lavoratori delle nuove generazioni a una posizione di profonda debolezza, consentendo ad aziende estremamente ricche, ma con pochi dipendenti, di liberarsi dei lavoratori sgraditi pagando importi -per loro- assolutamente irrilevanti.

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Referendum dell'8 e 9 giugno: cinque sì per la giustizia sociale

di Alberto Piccinini*
Articolo pubblicato sul Blog del Fatto Quotidiano del 6 giugno 2025. (Link)

Ed eccoci arrivati al traguardo. I giuslavoristi che in questi ultimi mesi si sono attivati per scrivere, leggere e divulgare i tantissimi interventi pubblicati sul tema dei referendum getteranno un occhio motivatamente stanco e distratto su questo ennesimo articolo. Ma, probabilmente, anche i giuristi che operano in settori diversi, se incuriositi, avranno già trovato su riviste e quotidiani chi avrà loro illustrato – con un livello di approfondimento rispondente alle proprie esigenze –, le ragioni per recarsi alle urne e votare SÌ per ogni singolo quesito. Su questa stessa Rivista possono rinvenirsi esaurienti analisi[1], così come merita di essere segnalato il pregevole numero monografico che Wikilabour ha dedicato al tema[2]
Mi scuso quindi sin d'ora se mi accingo a ripetere argomenti che alcuni considereranno noti, come premessa necessaria, anche se non indispensabile, per evidenziare la necessità che tutti e tutte, inclusi parenti e affini, si rechino alle urne i prossimi 8 e 9 giugno.
Una piccola premessa si rende, però, necessaria.
Fino al 2003 la produttività in Italia era in linea con la media Europea, da allora è aumentata nei vent’anni successivi in Italia del 5% contro  il 30% di Francia, Gran Bretagna e Germania,  il 25% del Portogallo,  il 15% per cento della Spagna e il 13% della Grecia. E ciò ha portato ad un duplice, ma connesso esito. Da un lato tutte le ricerche dicono che l’intensità del lavoro è cresciuta in Italia molto più che negli altri paesi (ad esempio le ore lavorate pro capite in Italia sono oltre il 20% in più di quelle lavorate in America). E dall’altro lato l’Italia è l’unico paese che in tale periodo ha visto il valore delle retribuzioni reali scendere mentre, per fare qualche numero, in Lituania gli stipendi hanno segnato +276%, in Estonia + 237%, in Lettonia + 200%, in Germania + 33%. In Francia + 31%, in Grecia + 30% e in Portogallo + 13%.  Ma lo stesso confronto si può fare sulle morti sul lavoro: se prendiamo la Regione italiana più economicamente avanzata e cioè la Lombardia vediamo che su 10 milioni di abitanti nel 2022 ha avuto 177 morti sul lavoro. Prendiamo allora lo Stato economicamente più avanzato dell’Unione Europea, e cioè la Germania che ha otto volte gli abitanti della Lombardia, ne dovremmo concludere che nello stesso anno avrebbe dovuto avere l’ottuplo dei morti e cioè 1416. Ed invece ne ha avuto solo 423 da cui si evince che in Lombardia si muore di lavoro il 400% di più che in Germania (ma, facendo la tara sul numero dei lavoratori, va ovviamente ancora peggio nelle altre Regioni d’Italia). E lo Svimez proprio negli scorsi giorni ha comunicato come negli ultimi 10 anni il 50% delle laureate negli Atenei del Sud Italia è emigrato all’estero[3].

E veniamo ai quesiti.
Il primo quesito, con cui si chiede l'integrale abrogazione del decreto legislativo n. 23/2015, è quello forse “simbolicamente” più importante, perché mette in discussione la politica del lavoro posta in essere appena 10 anni fa proprio dal Partito Democratico guidato da Matteo Renzi con otto provvedimenti legislativi (il cd. Jobs Act). Va subito evidenziato come esso – caso più unico che raro – in pochi anni sia stato oggetto di ben cinque interventi della Corte costituzionale, con le sentenze n. 194/2018, n. 150/2020, n. 22/2024, n. 128/2024 e n. 129/2024.

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Referendum lavoro: perché il Sì al terzo quesito argina il precariato

di Carlo Sorgi*
Articolo pubblicato sul Blog del Fatto Quotidiano del 4 giugno 2025. (Link)

Si tratta di una misura a tutela e garanzia del dipendente, perché arginerebbe il ricorso sistematico ai contratti a termine senza giustificazione

Riferimento normativo: l’art.19 D.Lgs.81\2015:
1. Al contratto di lavoro subordinato può essere apposto un termine di durata non superiore a dodici mesi. Il contratto può avere una durata superiore, ma comunque non eccedente i ventiquattro mesi, solo in presenza di almeno una delle seguenti condizioni:
a) nei casi previsti dai contratti collettivi di cui all'articolo 51;
b) in assenza delle previsioni di cui alla lettera a), nei contratti collettivi applicati in azienda, e comunque entro il ((31 dicembre 2025)), per esigenze di natura tecnica, organizzativa o produttiva individuate dalle parti;
b-bis) in sostituzione di altri lavoratori.
La normativa è stata più volte modificata dai vari governi che si sono succeduti. La tendenza della evoluzione legislativa dalla fine degli anni ’90 era sicuramente nel senso di rendere più facile e flessibile il ricorso al contratto a termine, che la legge del 1962 consentiva solo in un numero limitato e tassativo di ipotesi. Questo processo di flessibilizzazione prese avvio già con il d.lgs. 368/01, che, superando la precedente e tassativa impostazione, riteneva sufficiente, nella sua formulazione originaria, genericamente una motivazione di carattere tecnico, organizzativo, produttivo o sostitutivo.
L'obbligo di causali per i contratti a termine fino a dodici mesi era stato eliminato nel 2015 con il Jobs act del governo Renzi.  La riforma puntava a rendere il mercato più flessibile a vantaggio delle imprese: per farlo aveva consentito la stipula di contratti a termine della durata fino a 36 mesi senza causale, a patto che ogni contratto fosse prorogato non più di cinque volte e i precari non superassero il 20% del totale dei dipendenti dell’azienda, salvo diversa previsione dei contratti collettivi. A metà 2018 gli occupati a termine avevano superato i 3 milioni . La causale era stata  poi reintrodotta nel 2018 con il decreto Dignità del governo Conte, che prevedeva l’obbligo di indicare una causale – esigenze temporanee, sostituzione di altri lavoratori o esigenze legate a incrementi temporanei e non programmabili dell’attività – per i contratti superiori a 12 mesi, limitandone la durata massima a due anni e riducendo a quattro le proroghe.
L’ultima modifica risale al 2023 con il decreto Lavoro del governo Meloni. Nel testo, ora in vigore, si esclude per i rinnovi e per le proroghe l’esigenza delle causali per i contratti fino a 12 mesi mentre sono state introdotte nuove causali per i contratti con durata compresa tra i 12 e i 24 mesi. Nell’ultima stagione, dunque, abbiamo assistito alla liberalizzazione totale dei contratti a termine, perché per i primi dodici mesi non è richiesta nessuna motivazione specifica per apporre il termine a un contratto. In Italia circa 2 milioni e 300 mila persone hanno contratti di lavoro a tempo determinato. Anche in un contesto del mercato del lavoro in cui oggi l’occupazione complessivamente cresce, abbiamo ancora un forte ricorso alle assunzioni con contratto a termine che conducono alla situazione di incertezza e di precarietà tanti lavoratori nel nostro paese.

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Sui referendum c’è chi tace e chi fa disinformazione: cosa li spinge a contrastare il voto?

di Alberto Piccinini*
Articolo pubblicato sul Blog del Fatto Quotidiano del 1 giugno 2025. (Link)

Sta circolando, nei canali ufficiali della Rai della televisione e della radio, oltre che tra i social,  un Post Istituzionale, dal titolo Referendum 2025 – come si vota, che  testualmente dice “i quesiti referendari chiedono l’abrogazione di alcune norme o parti di esse  su: 1) disciplina sui licenziamenti illegittimi; 2) indennità nei licenziamenti nelle piccole imprese; 3) utilizzo dei contratti a termine; 4) salute e sicurezza sul lavoro negli appalti; 5) concessione della cittadinanza  italiana. Chi vota NO esprime la volontà di mantenere le predette norme chi vota SÌ esprime quella di abrogarle.
L’ambiguità di una simile formulazione non può considerarsi casuale: il cittadino viene informato che se vuole conservare una qualche disciplina sui licenziamenti illegittimi, o le norme a tutela della salute e sicurezza negli appalti, deve votare NO. Al silenzio fa dunque seguito la disinformazione.
Tito Boeri, in un suo recente articolo (La Repubblica, 15 maggio) dopo aver evidenziato, rispetto al quesito sulla cittadinanza, il suo parere favorevole -  dal momento che ne beneficeremmo tutti, come contribuenti e/o come attuali o futuri - si scaglia contro gli altri quesiti.  Dei primi tre riconosce che l’intento “è quello di proteggere di più i lavoratori dal rischio del licenziamento e di ridurre il precariato”, ma essi sarebbero “sbagliati” in quanto “aumentano l’incertezza sui costi effettivi dei licenziamenti, il che è un male per tutti, lavoratori e imprese”.  Che sia un male per le imprese ci sta, perché quell’incertezza è un deterrente ad un uso arbitrario e disinvolto del potere di licenziare (come la stessa Corte costituzionale riconosce), ma l’illustre economista non spende una parola per spiegarci perché lo sia anche per i lavoratori e le lavoratrici. Quanto al quesito che renderebbe “più costoso per le piccole e per le grandi imprese… l’indennizzo concesso ai dipendenti licenziati senza giusta causa”, per le imprese “minori”, ecco la spiegazione: “non nascerebbero se condannate a pagare costi così alti in caso di esuberi”. Ancora una volta ci viene proposta la favola secondo la quale le imprese nascono, crescono e prosperano solo se vengono compressi i diritti dei lavoratori, circostanza smentita proprio dall’andamento dell’economia italiana negli ultimi decenni in cui l’auspicato sviluppo non si è visto. In compenso, al danno della riduzione delle tutele, si è affiancata la beffa dei salari più bassi d’Europa, che hanno perso quasi il 10% del loro potere di acquisto (come lo stesso Boeri evidenzia nel suo articolo). Insomma si fa fatica ancora ad aprire gli occhi sugli effetti nefasti di una deregulation che, fondata su vane promesse occupazionali, da quasi trent’anni ha depresso le tutele del lavoro senza promuovere affatto lo sviluppo economico.
Quanto al quesito sui contratti a termine che imporrebbe, anche per i primi 12 mesi, che il datore indichi una giustificazione della temporaneità delle sue esigenze, si afferma che l’aumento dei “costi burocratici rischia di essere a detrimento della creazione di lavoro stabile”, quando invece la misura potrebbe e dovrebbe indurre le imprese a sviluppare politiche di reclutamento fondate sulla qualità e stabilità del lavoro.

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Referendum cittadinanza: col Sì diremo ai giovani di origine straniera che questo è anche il loro Paese

di Filippo Miraglia*
Articolo pubblicato sul Blog del Fatto Quotidiano il 21 maggio 2025. (Link)

I referendum dell’8 e 9 giugno rappresentano un passaggio importante per la nostra democrazia.
Raggiungere il quorum è possibile e per farlo è importante tenere insieme la lotta per i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori con quella per il diritto alla cittadinanza.
I diritti umani, i diritti civili e i diritti sociali sono sotto attacco da molti anni e le nostre democrazie, che sembravano spazi sicuri per garantirli, luoghi di emancipazione delle persone, sono diventate luoghi nei quali si afferma sempre più la legge del più forte, in sfregio ai principi fondanti della Costituzione.
Nel nostro Paese da più di trent’anni c’è una legge sulla cittadinanza che produce effetti negativi su centinaia di migliaia di persone che nascono in Italia, che frequentano scuole e università, che lavorano e che sono costrette ad attendere più di dieci anni per avanzare la richiesta di vivere, almeno formalmente, nelle stesse condizioni di tutti gli altri e tutte le altre.
Una legge sbagliata, la legge n.91 del 1992 con conseguenze negative sulla nostra società e sulla nostra democrazia.
Il referendum non è una riforma, la riforma che servirebbe. Vuole ottenere però un risultato piccolo ma molto importante con la riduzione del periodo necessario ad avanzare la richiesta di cittadinanza da dieci a cinque anni, permettendo così anche la trasmissione automatica della cittadinanza ai figli e figlie minorenni. È un primo passo che darà la possibilità a molte persone di sentirsi finalmente parte del Paese in cui vivono e per il quale contribuiscono ogni giorno.
I dati pubblicati di recente dall’Istat ci dicono infatti che il nostro Paese sta già spingendo molti giovani a cercare lavoro all’estero. Tra questi è crescente la percentuale di giovani di origine straniera che, oltre a non trovare un lavoro dignitoso nel nostro Paese, non si sentono a casa loro in un Italia che li considera e li tratta da estranei.
Quello che è in gioco quindi non è solo una singola modifica di una legge sbagliatissima, ma è anche un segnale che la società italiana può dare alle persone di origine straniera, soprattutto a ragazzi e ragazze che qui sono nate e cresciute.
Con il si al referendum sulla cittadinanza diremo a loro che questo è anche il loro Paese e che la maggioranza degli italiani e delle italiane li considerano cittadin3 alla pari.
In Italia, come nel resto dell’Unione Europea, in questi anni c’è stata un progressivo peggioramento della rappresentazione pubblica del mondo dell’immigrazione, che è servito ad alimentare odio e rancore, giustificando interventi legislativi e politiche repressive e liberticide.

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Perché votare Sì al secondo quesito referendario relativo al licenziamento nelle “piccole imprese”

di Alberto Piccinini*
Articolo pubblicato sul Blog del Fatto Quotidiano il 7 Maggio 2025. (Link)

SI EVIDENZIANO LE PAROLE CHE VERREBBERO ELIMINATE CON L’ABROGAZIONE PARZIALE DELL’ ART. 8 LEGGE 15 LUGLIO 1966 N. 604

TESTO DELLA NORMA:

“Quando risulti accertato che non ricorrono gli estremi del licenziamento per giusta causa o giustificato motivo, il datore di lavoro è tenuto a riassumere il prestatore di lavoro entro il termine di tre giorni o, in mancanza, a risarcire il danno versandogli un'indennità di importo compreso tra un minimo di 2,5  ed un massimo di 6  mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo al numero dei dipendenti occupati, alle dimensioni dell'impresa, all'anzianità di servizio del prestatore di lavoro, al comportamento e alle condizioni delle parti. La misura massima della predetta indennità può essere maggiorata fino a 10 mensilità per il prestatore di lavoro con anzianità superiore ai dieci anni e fino a 14 mensilità per il prestatore di lavoro con anzianità superiore ai venti anni, se dipendenti da datore di lavoro che occupa più di quindici prestatori di lavoro.

Com’è noto in Italia la maggior parte delle imprese è costituita da microimprese: quelle con meno di 16 dipendenti, secondo i dati INPS del 2023, sono il 92,51% e forniscono il 32,41% del totale dei posti di lavoro.
Si tratta di lavoratori e lavoratrici non organizzati/e sindacalmente, raramente coperti dalla contrattazione collettiva (mai da quella aziendale), le cui sorti sono affidate alla “benevolenza” del datore di lavoro, oltre che alla legge. In particolare, per loro, la tutela dai licenziamenti illegittimi è sempre stata differenziata da quella per i/le dipendenti delle imprese (anzi, dal 1990, dei datori di lavoro in genere, anche non imprenditori) nella cui sede vi siano  più di 15 addetti (o almeno 60 a livello nazionale): mentre per questi ultimi è prevista, di regola,  la reintegrazione nel posto di lavoro (art. 18 dello Statuto dei lavoratori), ai primi l’art. 8 della legge n. 604 del 1966 riserva una sanzione economica da un minimo di  2,5 mensilità ad un massimo di 6 [1]. Entrambe queste sanzioni dovrebbero, comunque, avere un effetto deterrente, dovrebbero cioè disincentivare il datore ad un uso improprio del potere di licenziare.

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Morire per lavoro è di destra o di sinistra?

di Carlo Sorgi*
Articolo pubblicato sul Blog del Fatto Quotidiano il 1 maggio 2025. (Link)

I referendum di giugno non sono di destra o di sinistra: si parla di sicurezza sul lavoro.
I quattro referendum sul lavoro proposti dalla Cgil non sono di sinistra, ma riguardano la totalità dei lavoratori, indipendentemente dalle loro idee.
L’8 e il 9 giugno si potrà votare per cinque referendum presentati da moltissime associazioni sui temi del lavoro e della cittadinanza.
Si tratta di referendum abrogativi, quelli per i quali il dettato costituzionale (art. 75, IV comma) prevede la partecipazione della maggioranza degli elettori come condizione di validità. Questa indicazione, che poteva avere un senso nel 1948, ai giorni nostri con un tasso di astensione che raggiunge e spesso supera il 50% degli elettori rende la prospettiva di successo del referendum – qualunque esso sia – molto difficile da realizzare.
Se si considera, inoltre, che il sesto referendum proposto insieme ai cinque, quello sull’autonomia differenziata, non è stato ammesso dalla Corte Costituzionale, che peraltro con una precedente sentenza ha sostanzialmente svuotato la legge Calderoli, bisogna ammettere che manca un traino molto importante per il possibile raggiungimento del quorum.
Cosa possiamo dire dunque per poter sperare di raggiungerlo, questo benedetto quorum? Certamente un grave errore sarebbe rivolgersi esclusivamente agli elettori di sinistra, sia perché avremmo già perso sia perché, almeno per quello che riguarda i quattro referendum sul lavoro proposti dalla Cgil, non sono di sinistra ma riguardano la totalità dei lavoratori, indipendentemente dalle loro idee. E se questo vale per i contratti a termine e per i licenziamenti, sia per le imprese con più di 15 dipendenti sia per quelle con un numero minore di lavoratori, per il tema della sicurezza sul lavoro sarebbe un assurdo farne un tema esclusivamente di sinistra.

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È davvero inutile andare a votare per abrogare il Jobs Act?

di Alberto Piccinini
Versione integrale dell’articolo pubblicato sul Blog del Fatto Quotidiano il 23 aprile 2025. (Link)

Un recente articolo pubblicato sul Blog del Fatto Quotidiano a firma dell’avvocato giuslavorista Adriano Cirillo pone dei dubbi sull’utilità dell’abrogazione dell’intero decreto legislativo n. 23 del 2015 (primo degli otto decreti che fanno parte del cosiddetto Jobs Act), e quindi sul voto SÌ al quesito n. 1 dei referendum proposti dalla CGIL. Questo articolo si aggiunge ad altri, pubblicati in diverse testate giornalistiche, che, con argomenti più o meno simili, paiono incentivare i lettori a non recarsi a votare, ovvero, più specificamente, a trascurare la scheda del referendum in questione, o comunque a dare voto negativo.
Ed invece occorre ribadire l’importanza di questa imminente scadenza referendaria - per lo più ignorata dalla grande stampa -  su varie norme del diritto del lavoro che incentivano la precarietà e rendono il lavoro meno sicuro, e meno protetto. Il primo referendum, in particolare, riguarda il famoso articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che per oltre quarant’anni (dal 1970 al 2012) aveva previsto la regola secondo la quale qualunque licenziamento posto in essere da un datore di lavoro che occupa più di 15 dipendenti, se dichiarato illegittimo da un giudice, dovesse dare diritto alla reintegrazione sul posto di lavoro.
Si trattava, in realtà, dell’applicazione di una regola generale del diritto civile che si chiama “remissione in pristino”, operazione mediante la quale una situazione viene riportata a com’era prima di subire il pregiudizio e non già assicurando al danneggiato un risarcimento economico (se qualcuno costruisce un muro a due metri dalla mia finestra impedendomi di vedere quello che vedevo prima, l’unica soluzione ammissibile è l’abbattimento del muro).
Questa regola nel 2012 è stata già parzialmente modificata con una riforma dell’art. 18 da parte del Governo Monti (una delle famose riforme Fornero) che ha in parte ridotto ad alcune ipotesi la possibilità della reintegrazione prevedendo, per le altre, un indennizzo economico.

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